Operazione Daesh

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Parata Isis a Sirte il 18 febbraio, foto diffuse da siti e social network legati all'Isis. Autenticità non verificabile. Roma, 20 febbraio 2015

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Senza il rilancio di una forte, e condivisa, azione diplomatica non c’è intervento militare, neanche il più possente, che possa riportare stabilità nel Mediterraneo

Le parole non riusciranno di certo a fermare il terrorismo jihadista. Non lo faranno sul fronte siro-iracheno, né in Libia o in Africa. Per questo l’«Operazione Daesh» non può escludere lo strumento militare. Ma non può neanche fare di uno strumento un fine. Perché a guidare il tutto non può che essere la politica. E non per un astratto primato. Ma perché già in passato, l’Occidente ha sperimentato gli effetti devastanti determinati nel Grande Medio Oriente da guerre senza visione politica. È accaduto in Iraq, si sta ripetendo in Siria. Potrebbe accadere di nuovo in Libia.

A sottolinearlo, e non è un caso, sono anzitutto coloro che i conflitti li hanno vissuti sul campo, molto più addentro alle sofferenze provocate dalle guerre di quanto lo siano gli improvvisati filosofi con l’elmetto, coloro che hanno tacciato l’argomentata prudenza del governo italiano come un atto di pavidità. Per questo oggi a Roma la riunione della Coalizione occidentale e araba anti-Daesh è a livello di ministri degli Esteri. Di capi delle diplomazie, e non di eserciti. È un fatto sostanziale.

Perché senza il rilancio di una forte, e condivisa, azione diplomatica non c’è intervento militare, neanche il più possente, che possa riportare stabilità in quel Mediterraneo diventato, come giustamente rimarcato dal titolare della Farnesina, l’epicentro del «disordine globale». È la politica che deve battere un colpo, perché è stata la politica a determinare l’affermarsi del Daesh, così come ad alimentare il caos libico. E quello che il summit di Roma deve chiarire, sopra ogni altra cosa, e se l’«Operazione Daesh» ha dietro di sé una visione politica condivisa dai 23 Paesi della coalizione. Tra questi c’è la Turchia. L’atteggiamento ambiguo fin qui tenuto da Ankara non si risolve con la partecipazione di qualche areo turco ai bombardamenti in Siria.

L’ambiguità si scioglie chiedendo conto ad un alleato Nato del perché al tavolo del negoziato sulla Siria aperto domenica scorsa a Ginevra, il presidente Erdogan abbia imposto l’esclusione della componente curda, quando sul terreno – ricordiamoci Kobane – sono i peshmerga curdi i più tenaci avversari, in Iraq ma anche in Siria, delle milizie al soldo del Califfato. E dell’«Operazione Daesh» dovrebbe far parte anche l’Arabia Saudita. Il discorso fatto per Ankara vale anche per Riad.

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