Obama, si chiude un’esperienza che ha lasciato il segno nella storia

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Non c’è nulla che racconti la “favola” di Obama, il fascino che esercita su ciascuno di noi, la luce che emana, il segno che lascia, come la storia delle sue convention democratiche

Quando nel gennaio del 2008, con Roberto Giachetti, Giulia, Benedetta, Enrica, Gianluca, Andrea e Luigi partimmo per gli USA zaino in spalla, qui da noi Barack Obama non se lo filava praticamente nessuno.

L’establishment dei democratici italiani era schierato con Hillary e lui aveva appena perso le primarie del New Hampshire, uno dei pochi stati dove era dato favorito. Insomma, la solita battaglia donchiciottesca di quelle che piacciono a noi. Ma quella storia era troppo interessante per non andare a viverla almeno un po’, per non fare la nostra parte.

Ci siamo arruolati volontari per il comitato di Obama di New York guidato da Rudy Shenk, perché c’era un sogno che aveva attraversato l’oceano e noi ne volevamo un pezzettino. Non sapevamo di essere stati lungimiranti. Non sapevamo che avremmo vissuto un magnifico SuperTuesday poche settimane dopo. Non sapevamo che avremmo vissuto giorni belli e intensi, che avremmo visto da vicino una campagna elettorale molto diversa dalle nostre. Non sapevamo che avremmo avuto la fortuna di conoscere Bill Bradley e Cory Booker, Ted Kennedy e Robert De Niro. Non immaginavamo di riuscire a stringere la mano di Obama. Sopratutto non sapevamo che, davvero, “Yes we can”.

Non c’è nulla che racconti la “favola” di Obama, il fascino che esercita su ciascuno di noi, la luce che emana, il segno che lascia, come la storia delle sue convention democratiche.

Quella del 2000 a Los Angeles che incoronò Al Gore poi sconfitto di misura, dove – giovane avvocato di Chicago senza accredito – non lo fecero neppure entrare.

Quella del 2004 a Boston che elesse John Kerry poi battuto, dove semisconosciuto senatore dell’Illinois conquisto l’attenzione di tutta la platea, il cuore di molti appassionati, l’interesse dei media. Quella del 2008 a Denver in cui viene nominato per poi vincere le elezioni e scrivere una pagina di Storia, quella con la s maiuscola.

Otto anni in cui tutto cambia, la sua vita e quella del suo Paese.

E altri otto in cui quel sogno si dispiega e si incontra con la realtà. Obama è stato tanto, è stato moltissimo. Anche per chi, come me, ha amato a lungo Bill Clinton. Non si poteva rimanere indifferenti rispetto ad una vicenda umana e politica che si fondono alla perfezione, incarnandosi a vicenda.

Il riscatto personale e quello di una nazione intera. Gli ideali di progresso che si fanno uomo. Il cambiamento che da desiderio si fa reale. Non vorrei sembrare ridicolo ma è come se Bob Kennedy e Martin Luther King fossero entrati insieme alla Casa Bianca. Certo qualcosa è andato storto se questo addio è venato di tristezza.

Se questo non è un passaggio di testimone ma un ritorno al passato. Qualcosa di cui, da qui, ci siamo accorti poco o niente.

Nonostante Obama abbia portato il paese fuori da una grave crisi economica verso anni di prosperità, nonostante le tante difficili e importantissime riforme realizzare che ne fanno oggi un paese più giusto è più sicuro. Eppure l’America ha scelto di andare da un’altra parte. Verso una strada che a noi sembra piena rischi e minacce. La democrazia funziona così, quando meno te lo aspetti, ti molla un destro.

Ma Obama resterà.

“Io non tremo. È solo un po’ di me che se ne va” cantano gli Afterhours. Ed è il motivo preciso per cui stanotte eravamo svegli per seguire quel “farewell”. Perché si chiude un’esperienza che, in tanti, abbiamo sentito nostra come poche altre. E noi dobbiamo essere bravi a raccoglierla tutta la lezione della sua storia. E a farne tesoro qui, dove abbiamo una leadership forte come non mai, quella di Matteo Renzi, benedetta proprio da Obama in uno degli ultimi atti della sua presidenza.

Far tesoro delle luci e delle ombre. Dei successi e degli errori. Obama non è solo il sogno realizzato. E non è solo le aspirazioni frustrate. È tutto insieme. Il sogno e il risveglio dal sogno. Una grande lezione. Gli ideali che sono il motore di tutto.

La partecipazione diffusa come non mai. Il coinvolgimento di ogni singolo cittadino come elemento cruciale nella costruzione di un cambiamento. Quel cambiamento e i suoi effetti. Le difficoltà dei compromessi, la necessità dei compromessi.

E la capacità di restare in piedi, di affrontare le battaglie, di attraversare il fuoco, di diffondere speranze, di essere il terminale delle ambizioni di tanti, di ottenere dei risultati e di mancarne altri. Eppure andare avanti e ricominciare sempre. Conservando integrità, dignità, voglia, luce negli occhi. E più futuro che passato, nonostante tutto.

È la buona politica. È la vita come dovrebbe essere vissuta. Ciao Barack, restaci vicino.

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