O la democrazia decide o c’è la tecnocrazia

Referendum
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La battaglia referendaria ha innescato un dibattito su due diverse visioni della democrazia parlamentare

Ci sono due modi per decidere come votare al referendum costituzionale. Uno è quello di considerare i quesiti in base al loro significato letterale. Volete che sia la sola Camera a dare la fiducia ai governi, senza variazione alcuna nei poteri del Presidente del Consiglio? Volete che il Senato si trasformi in un’assemblea dei rappresentanti delle regioni? Volete riportare al centro competenze che sono ora condivise con le regioni spesso in modo conflittuale? Volete ridurre il numero dei senatori, eliminare il Cnel e le Province? Io credo che sia difficile rispondere NO a queste domande, anche al netto di sgrammaticature e imprecisioni del nuovo testo.

Si tratta di riforme attese da anni e condivise da tutti gli schieramenti politici. Anche i più accessi fautori del NO riconoscono che la riforma non determina alcuna deriva autoritaria e condividono la necessità di superare il bicameralismo perfetto. Tuttavia, non possiamo ignorare che la battaglia referendaria abbia anche innescato un dibattito su due diverse visioni della democrazia parlamentare. Ciò è emerso chiaramente nel dibattito televisivo tra Renzi e Zagrebelsky. Non serve ricordare che il prevalere di una delle due visioni dipende principalmente dalla legge elettorale, su cui la riforma costituzionale non si pronuncia.

La battaglia referendaria è anche una battaglia politica, e si nutre di simboli e aspettative. La prima visione, sostenuta da chi guarda con nostalgia alla Prima Repubblica, è refrattaria al bipolarismo e allo spirito maggioritario. Essa predilige la dominanza delle assemblee parlamentari sull’esecutivo, il quale dovrebbe limitarsi a riflettere le soluzioni di compromesso che si producono con maggioranze spurie e transitorie.

La seconda visione, maggioritaria e bipolare, propone di dare ai governi una maggioranza forte che, pur nella dialettica e nel confronto con le minoranze parlamentari, conferisca al governo la piena responsabilità delle scelte politiche di fronte al paese. Questo è ciò che accade nella gran parte dei paesi occidentali, pur nella diversità dei modelli. Tecnicamente, la vittoria del Sì o del No non dovrebbe influire sulla dialettica tra Parlamento ed Esecutivo, ma tutti sanno che la vittoria del No e, quindi, il permanere del bicameralismo perfetto, renderebbe inefficace il sistema elettorale maggioritario oggi in vigore, e aprirebbe le porte al ritorno del sistema proporzionale (sia pure corretto), come del resto già anticipato da autorevoli esponenti del Centrodestra, dei 5 Stelle e della Sinistra estrema. Le due visioni di cui parlo hanno entrambe nobili precedenti e fondamenti giuridici. È probabile che la sudditanza dei governi alle mediazioni parlamentari possa essere stata utile nel primo dopo-guerra, per aiutare la riconciliazione nazionale in un quadro di estreme divisioni ideologiche e di guerra fredda. Tuttavia, nell’Italia di oggi, e di fronte ai processi d’integrazione europea, la debolezza degli esecutivi è un grave handicap.

Del resto, in favore di una soluzione maggioritaria-bipolare si è da tempo pronunciato il Centrosinistra, con testi e dichiarazioni solenni. Probabilmente, non tutti erano d’accordo, ma che senso aveva il tentativo di Prodi e Veltroni di unificare e rendere autosufficiente il Centrosinistra come forza di governo, se non il sostanziale superamento del modello della Prima Repubblica? Il rafforzamento degli esecutivi e l’alternanza dei poli al potere sono le basi su cui si è formato il Partito Democratico. Come affermava lo stesso D’Alema in una vecchia intervista del 12/4/2000 al Corriere della Sera: «Il governo in Italia è un’is tituzione assolutamente debole, un vaso di coccio se confrontato con i sistemi che funzionano nei Paesi nostri partner». Contrariamente a ciò che sostengono i suoi detrattori, un rafforzamento dell’esecutivo consente di dare maggiore potere di scelta ai cittadini. Nella Prima Repubblica i governi non erano direttamente responsabili delle proprie azioni, perché concepiti per obbedire alle mediazioni parlamentari e interpartitiche, e il voto degli elettori determinava solo la composizione del Parlamento, non il programma per la legislatura.

Questa “irresponsabilità” ha contribuito alla crescita del debito pubblico e all’inaffidabilità dell’Italia nella politica internazionale. La debolezza degli esecutivi costringe a rinviare le decisioni, impedisce di pianificare a lungo termine e di fare le scelte dolorose che, a volte, sono necessarie per riformare il paese. A loro volta, l’eterno rinvio, la difficoltà di raggiungere compromessi validi e la debolezza dei governi genera crisi politiche da cui si esce solo affidandosi a governi di emergenza. Si tratta di un tipico esempio di eterogenesi dei fini.

Chi crede di portare al governo la volontà popolare con il proporzionalismo, cioè impedendo che il governo abbia una maggioranza chiara e coesa, finisce per consegnare il potere alla tecnocrazia. I governi tecnici di Dini, Ciampi e Monti non sono il frutto dell’eccesso di potere delle maggioranze, ma la conseguenza della paralisi degli esecutivi politici dovuta al potere di veto esercitato dai partiti che compongono coalizioni rissose. Con i sistemi proporzionali e i governi di coalizione, esaltare continuamente il dissenso e minacciare la sfiducia è necessario ai partiti minori per garantirsi la sopravvivenza politica, soprattutto quando i governi sono impegnati in difficili operazioni di consolidamento della finanza pubblica e nelle riforme s trutturali. Il problema di dare una maggioranza coesa ai governi è oggi reso più complesso, ma non meno urgente, dal fatto che l’elettorato italiano si divide in tre forze politiche relativamente forti, anziché due. Una di queste forze, il Movimento 5 Stelle, non ha alcuna intenzione di far parte di governi di coalizione e si accontenta, per oggi e per il futuro, di porsi come forza di disturbo. La strategia paga, perché più si indebolisce la legittimità

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