Non si governa così una città

Dal giornale
Grillo Casaleggio

Visti i fatti di Livorno non si può non pensare a quello che sarebbe il futuro di Roma se Grillo decidesse di voler vincere davvero le prossime amministrative

Mentre Livorno è in piena emergenza rifiuti e Aamps, la municipalizzata che si occupa della nettezza urbana, si avvia sulla strada scivolosa e incognita di un “concordato in continuità”, mentre cioè l’amministrazione a Cinque Stelle dimostra per l’ennesima volta la tendenza a non governare affatto la città o a farlo con scelte più sventate che coraggiose, non si può non pensare a quello che sarebbe il futuro di Roma se Grillo decidesse di voler vincere davvero le prossime amministrative. Ma per comprendere questo futuro possibile, il passato prossimo di Livorno può tornare utile. Anche a Livorno infatti, come a Roma, una crisi profonda del Pd cittadino si era tradotta in una disaffezione risentita dell’elettorato storico per il “partitone”. Così si erano cristallizzate intorno a “Buongiorno Livorno”, una lista civica che per un tratto aveva coltivato anche ambizioni regionali, tutte quelle anime della sinistra che non riconoscevano più al Pd la capacità di esprimere una classe dirigente all’altezza dei bisogni complessi di una città in crisi.

Quando nel maggio dello scorso anno, con il Pd fermo al primo turno al 40% e il M5S secondo con il 19%, “Buongiorno Livorno” si era trovato a dover decidere cosa fare di quel suo straordinario 16%, la scelta di invitare i propri elettori a votare per il M5S al ballottaggio era parsa l’unica possibile. Di quella vicenda colpì soprattutto come una forza appena nata, che, grazie a una straordinaria campagna elettorale e un impegno capillare sul territorio, era riuscita a diventare la terza forza cittadina, decidesse di abdicare a qualunque possibilità di incidere sul governo della città pur di ottenere il risultato minimo che si era prefisso: mandare il Pd all’opposizione. Ma, accettando senza discutere il dogma statutario grillino che vieta al Movimento alleanze elettorali e patti di governo, la sinistra alternativa al Pd aveva anche dimostrato come l’unico orizzonte della sua visione politica fosse il semplice antagonismo, riducendosi di fatto a constituency di scorta per il M5S. Mandare il Pd all’opposizione quindi non fu soltanto il principale risultato ottenuto. Fu anche l’unico. Per quanto il giornale “Senza Soste”, vicino a Buongiorno Livorno, avesse salutato la vittoria del M5S come “esperimento politico nazionale”, sottolineando come il M5S si trovasse a governare “senza opposizione di destra, con tanti voti arrivati da sinistra”, lo svolgersi del dibattito politico successivo all’insediamento della nuova giunta avrebbe dimostrato come la dialettica (chiamiamola così) di ogni contendere fosse da allora tutta interna alla narrazione mitologica della politica grillina, in una costante e malcelata opposizione fra MeetUp da una parte e Giunta dall’altra, dove il MeetUp si arroga la rappresentanza dei “cittadini” (di tutti, ovviamente) e la Giunta, per quanto grillina, si presta ad essere bersaglio della tradizionale diffidenza riservata alla “casta” (i rimborsi, gli scontrini etc.). Significativa, da questo punto di vista, fu la vicenda della nomina di un amico del Sindaco a direttore della Fondazione Goldoni, la principale istituzione culturale della città, che dimostrò chiaramente come l’”esperimento politico nazionale” avesse in realtà relegato la sinistra alternativa al Pd a un non ruolo.

Marco Bruciati, consigliere comunale di Buongiorno Livorno, commentò la nomina con parole che volentieri faccio mie: “nessuna concertazione, nessuna condivisione con il resto della città, solo una discussione interna tra le vostre rappresentanze (sindaco, meetup)”. Questa ennesima mancata “concertazione” fra il M5S e il resto del mondo, aveva, più di altre, punto nel vivo i consiglieri di Buongiorno Livorno proprio perché sanciva la mancata attestazione del ruolo svolto da quella lista civica nella mobilitazione degli intellettuali cittadini alla rivolta contro l’establishment piddino. Niente di niente, insomma. Neanche mezz’etto di egemonia culturale. Così, con le debite proporzioni, e con tutte le differenze del caso, la parabola livornese chiama in causa e interroga le vicende di Roma. L’affermazione di Fassina secondo la quale SI sarebbe pronta a votare per il candidato Sindaco del M5S, mostrò, a neanche due giorni dall’annuncio dello strappo, tutta l’angustia della visione e l’assoluta mancanza di un’ambizione politica che non fosse il semplice antagonismo a Renzi. Se nel caso di Livorno la subalternità di quella sinistra si è rivelata soltanto al secondo turno, e a tutto discapito di una capacità effettiva di riscuotere consensi importanti e mobilitare partecipazione dal basso, nel caso di Roma e di Sinistra Italiana, la subalternità pare costituzionale all’idea stessa del nuovo soggetto politico. La dichiarazione di Fassina, insomma, più che articolare un programma di alternativa, pare il biglietto lasciato sul tavolo da un suicida politico. Comprensibile forse solo alla luce di una supponenza intellettuale di retaggio antico, che si riterrebbe in grado di indirizzare il M5S, anche da fuori, anche da una posizione di minorità, in forza di una presunta superiorità culturale. In definitiva, una riedizione del calcolo tragicamente ingenuo che fecero molti liberali negli anni venti. Ma la domanda a cui Sinistra Italiana dovrà rispondere quando andrà a chiedere il voto resta semplice e ineludibile: perché mai non si potrebbe votare direttamente M5S? A cosa serve questo corpo intermedio, se non a portare acqua a Grillo e Casaleggio, intercettando i voti di quelli culturalmente troppo schifiltosi per voltare direttamente M5S? A cosa serve SI, se non a garantire un futuro politico a una manciata di deputati e senatori in cerca di un elettorato dal quale però dovranno farsi perdonare tanto la provenienza quanto l’approdo?

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