Non servono le buone intenzioni

Europa
epa05538794 President of the European Commission Jean-Claude Juncker delivers the annual State of The European Union speech in the European Parliament in Strasbourg, France, 14 September 2016.  EPA/PATRICK SEEGER

L’Europa non ha bisogno di furbate dialettiche o di equilibrismi lessicali, ma di una scossa immediata e di fatti concreti

«Jean- Claude l’equilibrista» si è esibito a Strasburgo. All’Europarlamento, il presidente della Commissione europea ha narrato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. Uno stato molto gramo, quello di una Europa segnata dall’avanzata prepotente dei populismi, da muri, frontiere blindate, mancata crescita, politica estera e di difesa comune inesistente. Una Europa siffatta ha bisogno di una scossa immediata, di scelte impegnative, di fatti concreti. Di tutto, meno che di furbate dialettiche, di equilibrismi lessicali fatti per provare ad accontentare tutti, di una stantia retorica dei sentimenti. Un esempio? Eccolo. Recita Juncker: «Il Patto di stabilità non deve diventare un Patto di flessibilità, ma serve una flessibilità intelligente per non ostacolare la crescita…». Tre righe buone per essere interpretate in un modo dai “rigoristi”del Nord, e in un senso opposto dai “flessibilisti”del Sud.

Le parole non costano come le buone intenzioni declamate. Ecco allora, l’ex premier lussemburghese notare che l’Europa vive una crisi «esistenziale», che nel Vecchio continente c’è «troppa disoccupazione» per via del fatto che «l’Europa non è abbastanza sociale, e dobbiamo lavorare sui diritti, lo faremo con energia ed entusiasmo». Il compitino è fatto. Peccato che nelle quaranta pagine non si capisce come costruirla questa Europa sociale, inclusiva, con quali strumenti finanziari, attraverso quale rafforzamento delle sue gracili istituzioni politiche, con quali maggiori poteri reali da assegnare al Parlamento europeo, l’organismo più rappresentativo della volontà dei cittadini.

La Commissione non dovrebbe essere il luogo del compromesso (spesso al ribasso) perché a questo già pensa il Consiglio dei Ventisette; la Commissione dovrebbe indicare un percorso, fissare degli obiettivi e dei tempi di attuazione. Così non è. Juncker dà i numeri. Importanti, certamente. Ecco allora il raddoppio del Piano per gli investimenti: i 351 miliardi previsti fino al 2017 dovrebbero diventare 500 nel 2020 e 630 da qui al 2022. In contemporanea verrà lanciato anche un Piano di investimenti esterni, per risolvere alla radice il problema immigrazione: genererà «tra 44 e 88 miliardi».

Promesse la cui realizzazione dipenderà in larga parte dal sostegno che daranno gli Stati membri. Insomma, dal loro buon cuore. Un cuore che rischia di essere sempre più arido se nei prossimi dodici mesi le destre populiste vinceranno in Austria, in Olanda, in Francia e in Germania. Juncker prende atto che «non c’e’abbastanza unione in Europa, la Ue non è in gran forma e attraversa una crisi esistenziale: il numero degli ambiti in cui spontaneamente o meno ci ritroviamo insieme è troppo grande, ma i settori in cui collaboriamo basandosi sulla solidarietà è troppo ristretto». È la radiografia dell’esistente. Troppo poco per i tempi che corrono.

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