Non sciupate il Pd

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Bandiera Pd

Questo partito deve essere se stesso, non mutare pelle e identità. E deve restare unito, perché se si divide si indebolisce un presidio della stabilità. La sinistra o è innovazione o non è. Sinistra e conservazione, un ossimoro

Non sciupate il Pd. Lo vorrei dire a tutti i protagonisti del dibattito in corso in questi giorni. I toni si sono fatti aspri e si affaccia il rischio di scissioni, separazioni dolorose, possibili contraccolpi per il centrosinistra alle elezioni comunali. Senza il Pd, per come lo abbiamo immaginato e costruito, l’Italia è esposta al rischio che stanno correndo le democrazie occidentali. Ci si rende conto di questo? Ci si rende conto di quello che sta accadendo negli Usa, la democrazia più forte del mondo, o nella Francia di Mitterrand e De Gaulle oggi dominata da un partito di estrema destra, o nella Inghilterra sospesa al filo di un voto dal quale può dipendere la fine di una certa idea di Europa?

Ci si rende conto di quello che sta accadendo negli Usa, la democrazia più forte del mondo, o nella Francia di Mitterrand e De Gaulle oggi dominata da un partito di estrema destra, o nella Inghilterra sospesa al filo di un voto dal quale può dipendere la fine di una certa idea di Europa? O la Spagna senza governo da mesi, avviata verso il rischio di nuove elezioni, nuova instabilità? Ci si accorge di quello che accade nei paesi dell’est europeo, molti dei quali sembrano essere caduti nelle mani di una nuova destra, come quella polacca o ungherese, determinata a mettere in discussione le stesse conquista realizzate dalla democrazia, dopo la notte della dittatura comunista? E il Nord Europa, culla della socialdemocrazia, oggi attraversata da pulsioni xenofobe un tempo inimmaginabili? Ci si guardi intorno prima di sfasciare lo strumento essenziale del riformismo italiano e, se posso dirlo, oggi una delle risorse fondamentali per il mantenimento della prospettiva europea.

Come si sa ho creduto tra i primi e sempre alla prospettiva del Partito Democratico e quando Achille Occhetto (a proposito, auguri per ottanta anni da vero combattente della democrazia) ebbe il coraggio di fare il salto decisivo nella storia della sinistra per farne un partito della sinistra europea fui tra coloro che, insieme a lui, si schierarono perché nel nome della nuova formazione comparisse la parola “democratico”. Era, per me, una tappa del processo che avrebbe dovuto portare alla costituzione di quella unità dei riformisti che era la condizione di un cambiamento profondo del paese.

S i poteva allora immaginare, tutto questo, per la peculiarità feconda della storia di formazioni politiche del Novecento in cui c’era stato il coraggio innovatore di Gramsci e di Berlinguer, la intelligenza strategica di De Gasperi e Moro, la lucida difesa del pensiero liberale e socialista dei fratelli Rosselli, di Gobetti, di Nenni, Pertini, Parri, Giolitti. Tutte queste storie, separate e imprigionate dalle ideologie e dai blocchi, una volta liberate dalla caduta dei muri, avrebbero dovuto rimuovere l’anomalia di aggregazioni spurie (nei partiti e nei governi) e ritrovarsi, finalmente insieme.

Ma per me, e fu oggetto di discussioni e di divisioni anche nella sinistra, la nuova formazione avrebbe dovuto avere l’ambizione di essere di più, una formazione del nuovo mondo, del nuovo millennio. Non solo la convergenza dei democratici separati del novecento ma una identità forte e propria. Al Lingotto, quasi dieci anni orsono, dissi “Per questo nasce il Partito Democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si identifica con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno”

Insomma non un partito “post”, con lo sguardo rivolto al passato, ma un partito “ante”, capace di immaginare i valori della sinistra democratica e riformista nel nuovo millennio, nella società fluida e globalizzata, parcellizzata e precarizzata. Qualcosa di grande, non un cambio di insegne e cappello.

Per questo cercai allora di indicare nella vocazione maggioritaria la strategia politica e l’ambizione di un partito così. Una sinistra vecchia e senza ali poteva pensare che l’unico suo destino fosse quello di allearsi con chiunque pur di governare, perché dava per scontata il suo essere, per definizione, minoritaria e dunque costretta a mettere insieme tutto e il contrario di tutto, Mastella e Rifondazione comunista, per governare , o cercare di farlo.

L’Ulivo, nato dalla intuizione di Romano Prodi e dal dibattito della sinistra di quegli anni, si sarebbe dovuto trasformare , dopo l’inaspettato, da molti, successo alle elezioni del 1996, in un partito politico. Avrebbe dato basi solide e forti allo straordinario riformismo del più forte governo della storia repubblicana, con Ciampi all’economia e Napolitano agli interni, e consentito di superare la precarietà della condizione dell’appoggio esterno di Rifondazione. Si sono persi dieci anni. E quando poi, dopo le tragiche elezioni provinciali del 2007 e i sondaggi che davano le forze del centrosinistra sotto il venti per cento, si decise di dare finalmente vita al Pd, grazie anche alla intelligenza politica di Fassino e Rutelli , questo non poteva che avvenire in un contesto di innovazione, di radicale innovazione. Per questo al Lingotto dicemmo con Olaf Palme, che la sinistra “non è contro la ricchezza ma contro la povertà”, proponemmo di superare vecchie posizioni conservatrici sul piano istituzionale mettendo l’accento su un nuovo rapporto tra decisione e controllo nell’esercizio delle funzioni esecutive e parlamentari, di consolidare il bipolarismo con leggi elettorali che consentissero un riavvicinamento degli eletti ai cittadini, nel contesto di una politica più lieve che facesse della “questione morale” uno dei suoi termini distintivi. Un partito europeo, convinto della necessità degli Stato Uniti d’ Europa e impegnato, quante ironie sentimmo sul tema, a costruire una unica organizzazione internazionale “dei democratici e dei socialisti” che allargasse un campo che altrimenti, come la storia si è incaricata di dimostrare, restando fermo si sarebbe ridotto. L’Europa di oggi vede purtroppo una presenza assai minoritaria delle sinistre al governo.

Noi ci siamo e pezzi di una politica di governo “radicalmente innovativa” come postulava l’atto di nascita del Pd si sono realizzati. Faccio due esempi, legittimamente discussi: la legge sul jobs act e l’approvazione, finalmente, del riconoscimento delle unioni civili. Dare una prospettiva di stabilità ai giovani divorati, nella loro intera vita, dalla precarietà e consentire a persone che si amano, quali che siano i loro orientamenti sessuali, di condividere diritti civili sono o no due “cose di sinistra”?

Fermiamoci su questa parola. Ho già scritto, su questo giornale, che non può e deve essere considerata una parolaccia, o un oggetto da antiquariato. La sinistra o è innovazione o non è. Sinistra e conservazione sono un ossimoro. E il Pd è, non lo si dimentichi mai, un partito forte della sua identità democratica, cioè la sinistra riformista del duemila. Che proprio per questo può puntare ad essere maggioritario, in una democrazia dell’alternanza, una democrazia in cui il governo decide e il Parlamento esercita la sua funzione di controllo.

Dunque la vocazione maggioritaria, che declina politicamente e programmaticamente, l’identità del riformismo italiano. Ma dire come si fa spesso con scolastica ovvietà che la contraddizione del tempo non è tra destra e sinistra non può preludere a soluzioni pasticciate come le idee vagheggiate, per fortuna Renzi le ha definite inesistenti, di partiti senza identità. Perché la divisione, è vero, non è quella del Novecento (più tasse a sinistra , meno a destra ad esempio) ma la differenza tra destra e sinistra esiste ancora, eccome. In forme nuove, ma esiste. Come dimostrano drammaticamente temi come l’ emigrazione o i diritti civili. Come dimostra la campagna elettorale americana. A chi sostiene che non esiste più quella differenza suggerirei di ascoltare i discorsi di Trump, prima che sia troppo tardi. E attenzione che, se si continua a giocare, il nuovo bipolarismo sarà giocato sul confine establishment-antiestablishment.

La sinistra è cambiamento, apertura, giustizia sociale, diritti, libertà. Non può essere un polveroso armadio di ricordi. Non sarebbe sinistra. E non può essere annegamento nell’indistinto né cancellazione di una storia, fatta di persone e idee belle davvero. Siamo padroni del nostro destino. Se si sciupa il Pd, dopo vedo solo il baratro del dilagare di forme inimmaginabili di populismo. Se si divide, con scissioni o minacce di scissioni, si indebolisce un presidio fondamentale della stabilità, della possibilità di riforme e di cambiamento, di ancoraggio all’Europa.

Al tempo stesso il Pd deve essere se stesso, non mutare pelle e identità. Deve essere un partito aperto, democratico al suo interno, rispettoso di un pluralismo che sia fatto di idee più che di correnti e correntine senza anima. Deve recuperare, uno ad uno, elettori che possono essere delusi e tentati dall’astensionismo. Ci sono, sarebbe sbagliato non vederlo.

Un’ultima cosa, sulle primarie. So due cose: che se si partecipa ad esse bisogna poi accettarne l’esito. E che bisogna presto regolarne lo svolgimento, come proposi con un disegno di legge presentato nell’ultima legislatura alla quale ho partecipato. Scandali e trucchi fanno del male allo strumento delle primarie che sono state, fin dai tempi di Prodi, il modo attraverso il quale si proponeva, in coerenza con l’idea di un partito-società, di far scegliere ai cittadini, e non a ristretti gruppi dirigenti, i candidati ai vertici istituzionali. Ma ai cittadini, non agli organizzati delle correnti. Quelli che, se la platea si restringe, rischiano di determinare il risultato e le scelte.

Il Pd deve restare unito e credere in se stesso. Se sarà indebolito sarà compromessa, chissà per quanto, la stessa possibilità di un governo stabile, europeo e riformista dell’Italia. Chi ha contribuito a fondarlo e lo ha guidato finché ha potuto farlo in coerenza con l’impegno preso con milioni di italiani si sente oggi di rivolgere, a tutti, questo appello alla ragione.

Convinto, come dovremmo essere tutti, che si debba, lo diceva Leonardo Da Vinci, fuggire “quello studio la cui risultante opera more insieme coll’operante d’essa”. Ricordiamoci, tutti, che si tratta non di noi stessi, ma del futuro di una nazione.

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