Non sapeva dire di no, e così ci aveva tutti tra i piedi

Teatro
Il regista Giorgio Albertazzi in una foto d'archivio. ANSA/ARCHIVIO

Tra gli insegnamenti che mi ha lasciato, la difficoltà di fare gruppo tra persone molto diverse: “Ma questa è la vita – diceva – questo è il teatro”

A occhi aperti Maestro, a occhi aperti. Mentre qui nessuno ci crede, tu te ne vai a occhi aperti. Come Adriano, ancora una volta, magari per dirgli che sei più Adriano di lui.

Pensavo che questo saluto non ci sarebbe mai stato, aspettavo il prossimo 20 agosto per mandarti il mio augurio, il mio abbraccio, come sempre, come succedeva da anni, ormai. Che avessi il cuore pieno di gratitudine lo sapevi, anche se non te l’ho mai detto. E forse non era nemmeno ‘merito’ tuo.

Ma non poteva che essere così. Perché senza il tuo Enrico IV, il tuo Pericle, il tuo Riccardo III, adesso non sarei qui a scrivere di te. Ecco, di questo sì, sono proprio sicura. È che ci sono esperienze che ti segnano in modo più forte, e Giorgio Albertazzi è stato proprio un affondo.

Enrico IV, il primo spettacolo della mia vita che ho voluto vedere due volte. E per riuscirci quanto ho rotto le scatole! Era tutto esaurito ma poi un posticino me l’hanno trovato e mi avevi di nuovo fatto increspare l’aorta.

Increspare l’aorta. Te lo dissi in camerino al Teatro Ghione dopo l’ultimo Prospero, e ti era piaciuto. Avevi fatto uno dei tuoi sorrisetti che si vedeva bene che avevi capito. Eravamo tutti commossi, e tu accalappiato da Ariel, su quella sedia che correva da una parte all’altra del palcoscenico, eri magnifico. Eri magnifico con quella sciarpa viola e la bacchetta magica che pure non ti occorreva.

In teatro si finge di fingere dunque si recita il vero, o almeno si cerca di raccontare un barlume di verità e in teatro Albertazzi era più vero che mai.

Esse-re? O non esse-re? Era così, più amletico di tutti il tuo principe di Danimarca e da un po’ di anni sembrava domandarsi se era il caso o no di diventare re.

Lo incontravamo spesso, tra Paolo e Francesca, Ermione, o il tuo amatissimo Borges. Sui palcoscenici dei teatri più belli, con il tuo pubblico innamorato e fedele, oppure all’aperto, d’estate, di fronte a spettatori magari di ventura rapiti d’un colpo senza rendersi conto.

È successo a Ischia, qualche anno fa, quando arrampicato su un trespolo regalasti un bis di trenta minuti, e forse tra i pini della Versiliana dove festeggiasti i primi novanta. Io ricordo bene anche i settanta, quelli che avevi compiuto per due o tre anni di fila e che poi festeggiasti in un posto sperduto della Lucchesia. Tra amici, colleghi, e una cinquantina di allievi di tutte le età e di tutte le scuole. Attori e attrici, certamente, ma anche danzatori e danzatrici, cantanti, musicisti, una pittrice persino, e poi alcuni scriventi di svariata natura tra cui la sottoscritta. È che non sapevi dire di no così ci avevi tutti tra i piedi.

Il maestro insegna quel che non sa e questa è una scuola di dissuasione. “Dissuasione – diceva – dal fare teatro”, perché la vocazione non basta. Eri spietato, a volte, e qualche gravemente ferito dietro di te lo hai sicuramente lasciato. Però qualche consiglio in verità lo dispensavi, buttandolo lì, tra una dissuasione e un endecasillabo.

Prima il crudo poi il cotto, quindi grandi insalate per cominciare. Ogni tanto una mela, e guai ai cappuccini che il latte e il caffè non vanno d’accordo, anzi sono proprio un veleno. Quando ti avevano chiesto il perché ci istruissi di ‘igiene’ ed educazione alimentare rispondesti semplicemente che c’eravamo noi, in quel momento, nella tua cerchia di affetti. Ma non si può dire che non ci mettesti alla prova.

Non era facile sintonizzarsi col gruppo, così diversi come eravamo, ma “questa è la vita – dicevi – questo è il teatro”. E se non si muore scannati ci si innamora.

Ecco, anche per questo io ti ringrazio, Maestro. E ti mando un abbraccio fortissimo che va dal Piemonte alla Sicilia, insieme a tutti gli amici con cui non mi sono scannata.

Vedi anche

Altri articoli