Non facciamo dei Cinque Stelle il nuovo Berlusconi

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La funzione dei movimenti politici è sviluppare cioè un senso di appartenenza alle diverse comunità in cui via via ci si può riconoscere nel corso della propria vita

Definirsi per differenza è molto più semplice. Sta alla base di tutto il meccanismo della logica occidentale. Per questa ragione, forse, da sempre, è più facile individuare un nemico, un avversario, un grande male da combattere e definirsi come quelli che stanno dall’altra parte.

È l’errore storico che per tanti anni si è fatto con Silvio Berlusconi individuandolo come il nemico. Strutturando poco una propria visione culturale del mondo, politica, della società, degli interventi da fare e molto invece l’idea che il motivo dello stare insieme, il motivo del lavoro comune, il motivo della propria esistenza politica fosse combattere il grande male rappresentato da Berlusconi, che nel frattempo invece costruiva una sua visione e la radicava nell’immaginario.

Ora c’è il rischio di fare la stessa cosa con i cinque stelle. E questo senza togliere nulla alla gravità di alcuni aspetti, o meglio di molti aspetti del Movimento, come ho sostenuto da tempo e argomentato anche sulle la pagine di questo giornale, anche per aver avuto il “privilegio” di conoscerli dal vivo tra i primi nella mia Città. Tratti antidemocratici del Movimento sono purtroppo molto evidenti a chi conosce la storia e può osservarne le cicliche ripetizioni. E sono qualche cosa a cui prestare molta attenzione.

Però per togliere acqua alla facile navigazione del Movimento in Italia, del populismo in tutte le democrazie occidentali, bisogna provare ad andare alle cause, alle origini, alla sorgente. E provare a prosciugare la palude malsana piuttosto che fumigare le abitazioni ormai infestate. Sicuramente rimettere mano alla questione sociale che fortunatamente sta tornando di moda. Che ci sia un grido degli ultimi contro il sistema lo abbiamo capito. Ma sinceramente non credo che basti. Anche perché a gridare sono spesso più i secondi che gli ultimi, carichi di odio ed invidia per i primi. I nostri nonni nell’immediato dopo guerra erano in una condizione sociale, culturale ed economica molto peggiore di quella della maggior parte degli italiani di oggi.

Eppure non solo non cedettero alle lusinghe del qualunquismo e del populismo, pur presente nell’offerta politica, anzi costruirono una democrazia e credettero e diedero forza ai diversi corpi intermedi: ai partiti, ai sindacati, all’associazionismo che fecero la ricchezza della democrazia italiana e che, non a caso, oggi sono l’oggetto dell’attacco frontale del populismo e del Movimento. Mi sembra che il tema vero sia la compatibilità tra alcune caratteristiche di fondo del nostro tempo globalizzato: la velocità, la diffusione di “notizie” molto spesso poco verificate, il concetto chiave di intermediazione, l’accesso diretto e immediato di tutti a tutto senza magari avere strumenti e possibilità di verifica. Il testo senza il contesto, l’esegesi, l’interpretazione, il richiamo alle fonti. Senza una guida e soprattutto senza avvertire il bisogno di una guida. In sostanza misurarsi con uno dei nuclei chiave della democrazia: il diritto alla conoscenza, che non è l’accesso infinito al caos dei sentito dire che rimbalzano, e nemmeno il bisogno indotto di possedere un’opinione su qualsiasi argomento. Ma invece è conoscere per deliberare. Il nodo è proprio cosa sia la conoscenza. L’accento infatti non può che essere posto sul conoscere. Che è al tempo stesso consapevolezza del proprio limite e consapevolezza degli strumenti, del tempo, dello spazio, della fatica necessari per provare a superarli. La scommessa di metà novecento delle società occidentali è stata quella di diffondere insieme al voto a tutti i cittadini anche la cultura, cioè gli strumenti necessari per scegliere.

Cultura è qualche cosa di differente da avere un titolo di studio, parlare forbito, erudizione, buone letture, momenti di intrattenimento. Cultura e innanzitutto consapevolezza di sé, consapevolezza di sé nel mondo, nella relazione con gli altri, nella relazione col tempo e con la storia. La comprensione che non siamo delle monadi, che i nostri problemi spesso sono problemi comuni a qualcun altro, spesso il frutto di un passato, di precedenti. Che le nostre priorità vanno confrontate con le priorità degli altri, nostri concittadini nel nostro Paese e nel mondo intero. Cioè relativizzati. Il percorso di sviluppo di consapevolezza non è un fatto semplice. Ed è la summa di diversi fattori.

Giocano un ruolo l’ambiente in cui si è cresciuti, gioca un ruolo fondamentale sicuramente il sistema della formazione, la scuola. Gioca un ruolo a mio parere ancora più importante il sistema dell’immaginario, la dimensione artistica della cultura più semplice e popolare. E naturalmente gioca un ruolo chiave l’informazione. E non andrebbe trascurato il tema della formazione permanente, della formazione degli adulti, dei percorsi di apprendimento continuo.

Infine la funzione dei partiti o meglio, chiamiamoli come vogliamo, di strumenti collettivi, di luoghi collettivi in cui condividere, confrontarsi, definire insieme delle visioni, delle piattaforme, che non siano solo bisogni individuali, individualistici, egocentrati, e nemmeno solo la loro somma. Sviluppare cioè un senso di appartenenza alle diverse comunità in cui via via ci si può riconoscere nel corso della propria vita.

Di certo non è possibile alcun ritorno al passato, anche perché non esiste una sorta di arcadia gloriosa alle nostre spalle, sarebbe invece opportuno provare a tentare, a ipotizzare, a sperimentare un futuro. In fondo è quello che si fece a inizio del novecento uscendo dalla fase delle grandi monarchie e del potere nelle mani dei pochi, quando l’ingresso delle masse nella storia si pose il tema del rapporto tra massa e potere.

Parte di quella risposta furono purtroppo nella seconda metà del novecento le dittature, dittature che avevano una forte relazione con le masse, con il popolo. Dopo quell’esperienza nella seconda metà del novecento si provarono a costruire invece delle democrazie popolari con dei livelli di intermediazione tra massa e potere che dessero davvero ad ognuno la possibilità di partecipare attraverso la consapevolezza dei propri limiti e non l’illusione di partecipare in maniera diretta, magari consegnandosi fideisticamente. Ora il tema si ripropone in chiave nuova e occorre fantasia, creatività, coraggio e una certa audacia per tentare delle forme differenti. Questo credo sia il compito di tutti coloro che credono nella Politica. E sia il tema urgente su cui esercitare intelligenze.

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