“Non essere cattivo”. Il declino del mondo pasoliniano

Cinema
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Presentato fuori concorso alla 72 Mostra del Cinema di Venezia “Non essere cattivo”, film postumo di Claudio Caligari.

Ostia 1995

Una storia degli anni novanta, quando finisce il mondo pasoliniano. Questa la sintesi che Claudio Caligari fa di “Non essere cattivo”, terzo lungometraggio della sua carriera terminato poco prima di morire. La storia narra le vicende di Cesare e Vittorio, due giovani dediti al consumo e allo spaccio di stupefacenti, esponenti di un sottoproletariato sofferente che ha come sfondo Ostia a metà degli anni 90. Si tratta dello stesso palcoscenico, un decennio dopo, di “Amore Tossico” esordio di culto del regista, datato 1983. E questa sovrapposizione di luoghi non ha solo uno scopo citazionistico, serve piuttosto ad evidenziare un contrasto; l’ambiente in cui si sviluppano le vicende è il medesimo ma allo stesso tempo non c’entra più nulla con quello di 12 anni prima: è diventato angusto, amorfo, un non luogo. Parallelamente gli esseri umani che si muovono all’interno di questo orizzonte vengono pian piano inglobati da una realtà nella quale non si ritrovano, che li fagocita senza scampo. Claudio e Vittorio girano a vuoto e probabilmente ciò non è imputabile solo alla loro condizione di tossici: Il fatto che Vittorio cerchi una via d’uscita tramite il lavoro, e quindi l’integrazione in una vita “regolare”, non rappresenta una soluzione salvifica. E’ solo un modo meno palese di soccombere, semplice contraltare della vicenda dell’altro protagonista, Cesare, che vive con la madre e la figlia malata di sua sorella, morta di AIDS.

La nuova ferocia e i nuovi strumenti del potere

Ma più nello specifico, contro che cosa lottano, o meglio, a quale forza cercano di opporre resistenza i personaggi di “Non essere cattivo”? In una delle sue apparizioni televisive Pasolini confessò la sua predilezione per gli analfabeti, perché “la cultura piccolo borghese nella mia nazione porta a corruzione e impurezze”. Altrove dichiarò che “il potere vuole che si parli in un dato modo, ed è in quel modo che parlano gli operai quando abbandonano il mondo dialettale in estinzione. Ciò che resta originale è la fisicità”. Il mezzo principale attraverso il quale il potere metteva in atto questa opera distruttiva era per Pasolini la televisione.  Con la sua capacità di trasporre l’accadere in un altrove immateriale, la televisione rendeva l’azione un fatto da contemplare, gettando le basi per una generale omologazione degli esseri umani. La cultura medio borghese rappresentava in pieno la tendenza ad attuare questa uscita dal “singolare”, dalla pienezza di vita, dal dialettale verso l’omologato “televisivo”.

E questo è, in sintesi, il quadro al quale Caligari fa riferimento quando parla del mondo pasoliniano e del suo declino. Prima, con “Amore Tossico”, c’era l’eroina che anestetizzava le coscienze, ma allo stesso tempo conservava integra quella fisicità e quell’appartenenza a una radice “genuina”; ora, invece, nell’Italia degli anni 90, viene individuata l’affermazione di un principio più distruttivo, capace di assoggettare anche la prassi del lavoro e di cancellare completamente il mondo di Cesare e Vittorio.

C’è una scena del film che rappresenta questo punto di non ritorno: è buio pesto, Vittorio, strafatto e chiuso in macchina insieme a Cesare, guida lungo una strada deserta. All’improvviso inchioda perché ha un’allucinazione: un pulmino blocca la strada, intorno un mucchio di persone variopinte, una comitiva dall’aspetto vagamente felliniano. Cesare passa alla guida, mentre Vittorio, al culmine del suo viaggio psicotropo, assiste all’esecuzione di una sirenetta da parte di un sicario vestito di nero.

Non essere cattivo

In una scena del film appaiono due elegantissimi corrieri dell’eroina, sbarcano da uno yacht e poi spariscono di nuovo nel mare; è l’unico momento in cui possiamo intravedere questo mondo “post pasoliniano” citato prima. Oltre a questo piccolo squarcio sull’aldilà, l’unico orizzonte che viene messo in scena è quello che si va sgretolando sotto gli occhi dei protagonisti. Tutto il film è costellato da episodi di aspettative disattese, indizi del venire a mancare del senso delle cose; come quando Cesare si punge in spiaggia con una siringa usata e convince Vittorio ad appostarsi con lui dentro un fatiscente capanno di legno: aspettano che arrivino dei tossici contro cui sfogare la loro rabbia, ma nessuno si paleserà mai.

Cesare e Vittorio sono interpretati da Luca Marinelli e Alessandro Borghi, molto credibili e a loro agio, coadiuvati da una sceneggiatura solida e incorniciati da una fotografia tanto essenziale quanto efficace. La cifra stilistica di Caligari rimane riconoscibile: uno sguardo che nei momenti migliori tende ad eliminare le sovrastrutture, a portare alla luce le dinamiche dei corpi in preda all’istinto, alla noia, ad un’insensatezza quasi costitutiva. La caratura di culto del regista e una mitologia costruita su una fruizione mordi e fuggi di “Amore Tossico” potevano lasciar presagire un film diverso, magari una pellicola di rottura. Caligari invece si pone nel solco della classicità: raccontare la parabola decadente di un mondo focalizzandosi sulle storie di chi lo abita è, a tutti gli effetti, un topos letterario e cinematografico.

In quest’ottica “Non essere cattivo” rappresenta da una parte un film riuscito, dall’altra il degno testamento di un regista la cui arte, nel momento in cui interroga la dolorosa finitezza dell’uomo, sembra essere permeata di un senso morale.

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