Non esiste un Renzi per ogni territorio, bisogna lavorare tra la gente

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Un momento della riunione dell'Anci dei Comuni italiani nel teatro Quirino con i sindaci che in questa occasione hanno deciso di indossare tutti la fascia Tricolore. Roma 29 gennaio 2014 ANSA/ANGELO CARCONI

Ipiù giovani preferiscono i riflettori della politica che conta, i selfie con i vip, al lavoro giorno dopo giorno con l’elettorato

Il 16 ottobre la mia regione, l’Emilia Romagna è stata protagonista del referendumday, diverse comunità da Rimini a Piacenza si sono espresse sulla fusione dei comuni, per un totale di sei consultazioni. Solo due, hanno ricevuto parere positivo.

Qualcuno dirà: perché ti prendi la briga di scrivere di un voto così locale? Perché anche nel mio comune nel quale sono segretaria del PD si è votato e questa campagna elettorale, ma anche il risultato del voto, non solo a casa mia, evidenzia un trend negativo, che potrebbe rappresentare anche un sentiment in vista del 4 dicembre.

A risultati ufficiali, il primo commento che ho condiviso è che ha vinto il popolo da bar, quello che si reca alle urne non tanto perché vuole votare per qualcosa, ma contro qualcuno. Quello che all’ora dell’aperitivo domenicale si addentra in argomenti “contro” senza mai entrare nel merito del provvedimento che volta dopo volta critica.

Winston Churchill diceva che il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio. Ma ciò che stupisce è il fatto che l’altra metà della luna, in gran parte, non è andata a votare. Il gruppo dirigente del Pd era interamente schierato a favore delle fusioni, in linea con gli obiettivi di mandato dati da Bonaccini.

Gli elettori hanno in gran parte dei casi bocciato la nostra proposta; se l’elettore medio non le considera nemmeno, noi non siamo stati in grado di intercettare chi le nostre ragioni almeno le ascolta. Perché?

Renzi è un vincente, da solo riesce a spostare l’ago della bilancia. Ma non esiste un Renzi per ogni territorio, vulnus da colmare col gioco di squadra, ma spesso nelle province, si pensa più al proprio destino che a quello della comunità, sfilacciando ancora di più un sistema partito delicato e precario. Non dobbiamo nasconderci nemmeno come generazione.

Noi, i più giovani preferiamo i riflettori della politica che conta, i selfie con i vip, al lavoro giorno dopo giorno con l’elettorato. Anche io sono figlia di questo meccanismo (anzi se Matteo -Renzi- potessimo fare un selfie alla Leopolda) nel quale si assume importanza, rispetto a quante foto abbiamo con il politico di punta del momento, in una sorta di gioco delle figurine Panini.

La politica è fatta di fatica che non si esaurisce nel volantinaggio del sabato pomeriggio, ma nel progetto di un ascolto che purtroppo non siamo più capaci, o non abbiamo più voglia, di fare. Da qui al 4 dicembre la partita è aperta, ma dobbiamo essere ora più che mai una comunità in sneakers più che in tacco 12 perché ieri a casa mia hanno vinto i “No” e non è stata una bella sensazione.

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