Non è un Paese per politici sessisti

Donne
GIORGIA-MELONI

Da quando alle donne sono state aperte le porte della politica è stato un continuo di insulti sessisti

Insulti sessisti. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. La verità però è che la politica è tutta sotto accusa. A destra e a sinistra, passando per quel che resta del centro, non ci sono innocenti o anime candide. Nessuno si salva. Non i grillini, che si scandalizzano per i gestacci orrendi dei senatori verdiniani Lucio Barani e Vincenzo D’Anna alle senatrici pentastellate, dimenticando l’osceno commento che un loro collega, Massimo De Rosa, rivolse alle parlamentari Dem, parole scolpite nella pietra (e nella vergogna): “Siete qui solo perché siete brave a fare pompini”. E che dire di Beppe Grillo, che non si è fatto scrupoli a rilanciare sui social il post “#BoschiDoveSei in tangenziale con la Pina”? Ma a guardarsi indietro, da quando alle donne sono state aperte le porte della politica è stato un continuo di insulti sessisti, accenni ammiccanti e volgari alla sessualità e alla prostituzione e tentativi (riusciti) di discriminazione per far vincere sempre il PMI, il partito maschilista italiano.

E se dalle parti del centrodestra la galleria di mostri e mostruosità è praticamente infinita, anche a sinistra hanno qualcosa da farsi perdonare. Erano gli anni Quaranta, e Nilde Iotti, compagna ancora semiclandestina di Palmiro Togliatti, veniva definita senza pudore “procace”, “ridente e popputa”, donna con un “enorme deretano”. E quando si alzava per parlare nell’Aula di Montecitorio in molti malignavano che il discorso in realtà non fosse opera sua. Poi, solo dopo la morte del “Migliore”, da Presidente della Camera in carica per ben 13 anni avrebbe dimostrato che erano tutte sciocchezze…

A mettere tutti d’accordo, però, ci ha pensato Rosy Bindi. Da destra a sinistra, gli insulti hanno sempre lo stesso filo conduttore: secondo Silvio Berlusconi è “più bella che intelligente”, secondo il Governatore della Campania Vincenzo De Luca è “impresentabile da tutti i punti di vista” e secondo Francesco Storace era responsabile dei miseri risultati dell’allora Partito popolare italiano per colpe che mi vergogno a ripetere, ma lo farò, perché questi insulti bisogna ricordarli parola per parola: “lo sapete perché il PPI rimane così piccolo? Perché c’è l’ha in mano Rosy Bindi”.

Ma la novità di questo nostro tempo è che la politica sta diventando sempre più cattiva. E fidatevi di una che la guarda da vicino tutti i giorni. Cattiva oltre il lecito e oltre quel che può permettersi come valore utile e possibilmente condiviso, come fine che giustifica i mezzi. E le donne in questa battaglia di colpi bassi pagano un prezzo speciale, un conto più salato di quello presentato ai loro colleghi maschi. Le donne escono da questi scontri con le ossa rotte si potrebbe dire, se non fosse che questa immagine evoca la violenza fisica che troppo spesso subiscono. Per le donne, purtroppo, l’insulto passa sempre e comunque per la sessualità. Se per offendere un uomo si dice venduto, ladro, traditore, voltagabbana, fascista o comunista a secondo dei punti di vista, per la donna c’è sempre in ballo una parte anatomica, c’è sempre in ballo un becero collegamento tra un’attività sessuale e la carriera fatta…

E questo, lasciatemelo dire, è davvero troppo anche per chi come me non ha mai amato il femminismo rivendicazionista e vittimista. In queste ore, rimbalzano sui siti gli insulti via web a Patrizia Bedori “casalinga, disoccupata, brutta e obesa”, insulti tanto affilati da costringerla a lasciare tra le lacrime. E poi emerge il fraseggio tra Guido Bertolaso e Giorgia Meloni, che al di là delle solite ritrattazioni va persino oltre perché tira in causa addirittura la maternità: “Giorgia faccia la mamma”. E questo non può permetterselo veramente nessuno. Invece, disgraziatamente, se lo permettono in molti, tanto che lo stesso Matteo Salvini, che oggi difende a spada tratta la leader di Fdi, non si era fatto scrupoli a sentenziare che Marianna Madia, incinta di sette mesi il giorno del giuramento al Quirinale, non avrebbe potuto fare il Ministro. L’8 marzo sull’Huffington Post ho scritto che le donne italiane devono rivendicare un diritto antichissimo e pure oggi negato, quello ad essere madri, e ho suggerito alla Meloni di non legare la sua rinuncia a correre come sindaco di Roma alla maternità. Essere incinta, infatti, non è una malattia, non è invalidante, ma anzi a molte di noi dona dei super poteri.

E allora, vi prego, non strattoniamola questa maternità, non usiamola mai e per nessun motivo come una clava da picchiare in testa alle avversarie. Stia attenta la politica a scendere così in basso, ad usare questo genere di fendenti, perché i cittadini non sono disposti a seguirla nel fango dove li vorrebbe trascinare l’agone elettorale. E stiamo attente noi donne a non sottovalutare la forza di questi insulti, che bruciano come sberle e sono collegati da un sottile filo rosso a tutte le violenze che subiamo persino in casa nostra e che arrivano fino allo stalking e al femminicidio. In queste giornate, le battaglie lessicali di Laura Boldrini per costringere tutti a parlare al femminile, dicendo “ministra, deputata, e consigliera”, mi appaiono come un po’ di cipria usata per coprire i lividi che le botte hanno provocato sul viso di una donna. La verità è che non dobbiamo più farci picchiare, né fisicamente né con le parole, che in questo caso pesano come pietre.

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