Non è più tempo di rinvii

Ambiente
A file picture dated 08 December 2015 shows a paramilitary officer standing guard at Tiananmen Square during a haze day in Beijing city, China. Beijing issued a red alert for smog on 18 December 2015, urging schools to close and residents to stay indoors for the second time in 10 days. Restrictions begin on 19 December and last until 22 December, the city's emergency management headquarters announced on the Beijing government website. Measures included pausing factory work and restricting road traffic, except electric vehicles. The alert reflects a forecast of three days of PM2.5 - airborne particulate matter 2.5 microns and smaller - levels above 200 micrograms per cubic meter. PM2.5 pollution is fine enough to penetrate deep into the lungs, and is associated with increased risk of heart attack, stroke, lung cancer and asthma.  ANSA/WU HONG

I peggiori paesi-killer dell’atmosfera, Cina e Stati Uniti, ieri hanno accettato di giocare la sfida globale del clima

I due rappresentanti degli inquilini più disastrosi della “Casa comune”, per dirla con Papa Francesco che entrò con forza nei negoziati di Parigi con la sua rivoluzionaria Enciclica Laudato si’, i due azionisti della bad company tra i peggiori paesi-killer dell’atmosfera, Cina e Stati Uniti, ieri hanno accettato di giocare la sfida globale del clima. L’inimmaginabile si è concretizzato al G20 quando i presidenti Xi Jinping e Barack Obama hanno solennemente consegnato nelle mani del segretario dell’Onu Ban Ki-moon i documenti con la ratifica dello storico accordo alla Cop 21 tra 195 capi di stato e di governi sul contenimento della temperatura a un grado e mezzo, con impegni precisi e vincolanti contro i gas serra.

È una svolta storica che può davvero rendere l’accordo «efficace, equilibrato, durevole e vincolante», con la sua entrata in vigore in anticipo entro la fine dell’anno. La nuova parola d’ordine di stampo ecologista, ha aggiunto Obama, è: “Salvare il Pianeta”.

È un mezzo miracolo, anzi un miracolo tutto intero se mettiamo in fila 24 anni di gioco a nascondino sin dal primo fallito lancio dell’obiettivo globale del contenimento delle emissioni di Co2 nello storico summit di Rio 1992, e tutti i no secchi delle diplomazie climatiche di Pechino e Washington sulla strada di ogni seria trattativa che hanno portato all’aumento di circa due terzi delle emissioni rispetto al 1992. Ieri, dalle promesse di nove mesi fa, sono passati alle firme per provare a dimezzare la velocità del global change. È un cambio di passo che dà una speranza in più anche sul rispetto dei meccanismi finanziari per il trasferimento di tecnologie pulite per la produzione di energia con il salto verso la green economy nelle aree più povere, a spese dei paesi industrializzati: una partita da 100 miliardi di dollari nel primo anno di entrata in vigore che però al momento sarà il lontanissimo 2021.

Ma la ratifica di Cina e Usa mostra la consapevolezza diffusa di dover fronteggiare crisi climatiche che minacciano vaste aree dell’umanità, creando condizioni che periodicamente affogano nello smog una megalopoli come Pechino. Da un paio di decenni le variazioni climatiche accelerano e moltiplicano eventi meteo un tempo definiti estremi e oggi purtroppo ordinari come uragani, tempeste, bombe d’acqua con alluvioni e il rovescio della medaglia nelle siccità e desertizzazioni. Mettono in pericolo benessere, sicurezze, sistemi economici, ecosistemi naturali, infrastrutture sempre più costose, aree urbane, e provocano grandi migrazioni e aumento delle povertà. Da anni anche gli economisti aggiungono il loro Sos a quello di Sir Nicholas Stern, l’ex responsabile economico della Banca Mondiale che nell’o ttobre 2006 col suo clamoroso The economics of climate change dimostrò che i mutamenti climatici non frenati costeranno così tanto da mettere in ginocchio l’e conomia planetaria. Stern già indicava una somma rilevante del Pil mondiale, tra il 5 e il 20% (5,5 trilioni di euro) come necessaria per gestire i danni futuri provocati dall’effetto serra ed evitare al 2100 il possibile crack economico in tanti paesi da mancate reazioni. Chiese, inutilmente, che l’1% del Pil mondiale fosse destinato a politiche di mitigazione e adattamento.

Oggi alle stesse conclusioni sono giunte tutte le compagnie petrolifere europee, Eni in testa, che chiedono la carbon tax per orientare l’economia nella decarbonizzazione. E da Wall Street alla borsa di Milano sanno che il global warming è la variabile economica che ingoia ingenti capitali e che le difese con opere, tecnologie ed energie pulite sono anche un business colossale. Conti alla mano, se nel 1980 le catastrofi climatico-dipendenti nel mondo sono state circa 400, nel 2010 erano a quota 950, e negli ultimi anni sono triplicate. Nel 2011 furono contabilizzati 380 miliardi di dollari scuciti dagli Stati colpiti per risarcimenti e ricostruzioni. Più del triplo di quanto l’economia globale spese 7 anni prima, ma la metà di quanto è stato speso nel 2015. Dal 1970 i disastri climatici hanno provocato oltre due milioni di morti e soprattutto nelle aree più povere, stima la World Meteorological Organization. E l’Italia è ben piazzata, con 3,5 miliardi di danni l’anno per piogge devastanti con frane e alluvioni.

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