Non è normale la critica di Bersani a Obama

Il Noista
Pierluigi Bersani durante il convegno ''Innovazione e contrattazione. La proposta di CGIL,  CISL e UIL per un nuovo modello di relazioni industriali", Roma, 5 Febbraio  2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dimentica che gli Usa investono su Renzi per cambiare la politica europea

“A me continua a non sembrare normale”, ha twittato stamattina il presidente del Pd Matteo Orfini.

La carica gli impone un certo equilibrio, e noi vogliamo unirci a lui nella sobrietà del giudizio: non sembra affatto normale che “autorevoli esponenti del Pd – così continua il tweet di Orfini – criticano Obama per aver elogiato l’operato del governo Renzi”.

In realtà, più che gli elogi al governo non è piaciuto l’esplicito appoggio del presidente degli Stati Uniti alla riforma costituzionale e al Sì al referendum di dicembre. Chi è un po’ pratico di politica estera sa e ha scritto che l’entusiasmo di Obama per Renzi, al di là delle affinità politiche e della simpatia personale, ha prima di tutto una valenza geopolitica: in un’Europa senza Gran Bretagna, con una Francia pericolante e una Germania tuttora attestata sulla linea dell’austerità, l’Italia diventa un interlocutore essenziale per gli anni a venire. Tant’è che Obama ha motivato il suo Sì non con la difesa della stabilità (è questo l’argomento preferito dalle cancellerie europee), ma con l’impegno per la crescita.

Le riforme di Renzi, in altre parole, aprono una stagione nuova per l’Italia e anche per l’Europa: ed è questo che interessa agli Stati Uniti.

Conversando con i cronisti a Montecitorio, stamattina, Pier Luigi Bersani s’è invece lamentato della mancanza di “misura” e di “garbo” del presidente americano e lo ha accusato di “urtare sensibilità ben radicate”, ignorando completamente il contesto geopolitico mondiale e ironizzando invece sulle piccinerie domestiche: “Siamo a ‘basta un yes…’”. A noi non sembra normale.

Così come non sembra normale che Bersani insista nel confondere l’ammodernamento dei meccanismi istituzionali con la messa in discussione dei valori fondamentali della Carta, spingendosi al punto di riscrivere la storia in chiave ipernazionalista: “Voglio ricordare ai nostri amici americani che dopo la guerra loro hanno potuto dare più di qualche consiglio ai giapponesi e ai tedeschi, che erano le nazioni sconfitte. Ma noi la Costituzione l’abbiamo fatta da soli, perché c’era stata la Resistenza, c’erano i comunisti, i democristiani e le altre forze politiche. In Italia c’era qualcosa sotto, non c’era il deserto. E sarebbe bene ricordarselo quando si parla di Costituzione”.

No, caro Bersani: anche l’Italia era una nazione sconfitta. E se gli italiani hanno potuto scriversi la loro Costituzione è perché gli americani hanno liberato il nostro Paese, pagando un tributo di sangue immenso (sono stati circa 350mila i morti e i feriti alleati) e consentendo ad un’Italia martoriata dal fascismo e dilaniata dalla guerra civile di ritrovare la sua strada fra le nazioni libere.

E sarebbe bene ricordarselo quando si parla di Costituzione.

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