Non è il derby tra laici e cattolici

Unioni civili
Un momento della protesta durante la manifestazione contro il Ddl Cirinnà organizzato da "Sentinelle in piedi" presso piazza Lagrange a Torino, 23 gennaio 2016.
ANSA/DRNALESSANDRO DI MARCO

Allargare finalmente tutti i diritti, dico tutti, a tutte le coppie è una conquista di civiltà non solo per loro ma per tutti

Oggi si conclude il dibattito generale nell’Aula del Senato sulle Unioni civili. Ed è un peccato, che una legge così importante, non sia, come avrebbe dovuto e come spero ancora sarà, una occasione di festa per tutti. Perché allargare finalmente tutti i diritti, dico tutti, alle coppie che, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, scelgono di vivere con responsabilità un rapporto stabile e solidale è una conquista di civiltà non solo per loro ma per tutti.

Non è dunque un dovere del legislatore, che per tardiva necessità “deve” assecondare una minoranza, (che peraltro ha raggiunto una sua piena legittimazione sociale da tempo). E il fatto che ci sia una spinta  a vedere finalmente riconosciuti i propri affetti non è, diciamolo ancora una volta e con chiarezza, non è assolutamente una minaccia alla così detta famiglia tradizionale, semmmai un antidoto contro un individualismo atomizzato sempre più diffuso. Quello sì davvero corrosivo e nichilista.

“Il chi sono io per giudicare” di papa Francesco ha chiuso un’epoca. Per sempre. Fatta di condanne e anatemi. Lo stesso Sinodo sulla famiglia del resto è stato il segno che le pratiche e il vissuto delle famiglie, non sono più cristallizzate in un modello unico.

La famiglia, come scambio e centro di amore e di solidarietà, sarà in crisi nelle forme conosciute ma non è morta e si ripresenta sotto le forme più diverse. Tutti vogliono essere famiglia, e non potrebbe esserci prova più chiara della sua persistenza e resistenza.

Eppure anche questa legge diventa ancora una volta occasione di scontro furioso, di quel bipolarismo etico che speravamo facesse parte di una stagione ormai passata. Una paralizzante polarizzazione che non esprime il sentimento delle persone, quello di chi vive nel concreto la fatica dei legami d’amore nella vita di tutti i giorni. Nel vissuto concreto delle esperienze affettive ci sono meno certezze adamantine, meno blocchi ideologici. Le stesse comunità omossessuali sono articolate, non monolitiche non caricaturali come le rappresentano i conservatori integralisti non meno di certe lobby ristrette, privilegiate e interessate, così come i cattolici non si ritrovano più in un modello idealizzato ma vivono dentro i cambiamento sociali come tutti. Ecco sarebbe bello che la politica desse voce, percepisse questa Italia reale, invece di essere megafono delle contrapposizioni ideologiche. Perché ricordiamoci che i ritardi sui temi bioetici in questo paese non sono dovuti allo scontro tra laici e cattolici ma molto di più dall’ uso strumentale che la politica ne ha fatto. Per calcolo e cinismo, per interesse opportunistico e non per convinzione. Speriamo che il famoso voto di coscienza non nasconda queste miserie.

Molti di noi, laici e cattolici, avevano presentato già all’inizio della legislatura, un ddl che prevedeva tutti i diritti alle coppie omosessuali lasciando fuori il tema delle adozioni da trattare con una riforma ad hoc. In tutti i paesi del mondo che ci hanno preceduto, infatti, queste leggi hanno conosciuto almeno due tappe, e il fatto che la nostra arrivasse buon ultima consigliava maggiore e non minore prudenza.

Ma così non è stato. Il Pd aveva scelto di muoversi comunque saggiamente su due solchi. Il primo è quello segnato dalle sentenze della Corte del 2010 e del 2014 che voleva riconosciuti i diritti alle coppie in quanto tali e non limitarsi ai diritti individuali. Tutti i diritti eccetto i figli che infatti non sono un diritto neanche per gli etero.

Il secondo era quello di seguire il modello tedesco e cioè non il matrimonio ma unioni, la Lebenspartnerschaft assunta nella sua versione finale quella che comprendeva le adozioni, a cui in realtà i tedeschi erano arrivati dopo diversi anni.

Ecco, molti credono che questi due binari abbiano deragliato nella stepchild adoption, perché nella formulazione attuale non si limita, a riconoscere tutti i diritti ai bambini che già vivono all’interno della coppia (come è sacrosanto) e a dare tutti i doveri al partner del genitore naturale (perché è dei bambini avere diritti ed è dei genitori avere doveri).

Su questo siamo tutti d’ accordo. Bisogna garantire tutte le funzioni genitoriali, tenendo presente, per il futuro, non per quelli già esistenti, la differenza, fondamentale che esiste tra il crescere i figli e il procrearli.

Differenza per me fondamentale perché fondativa dell’essere umano, che è quella del generare. Della madre.

E’ vero l’argomentazione che la step introdurrebbe il ricorso alla maternità surrogata è stata strumentalizzata ai fini di boicottare la legge e nel denunciarlo bisogna essere fermissimi. Ma si è credibili solo se a questa strumentalizzazione non si risponde con l’ipocrisia di chi dice che non esiste nessun rapporto tra la step così come è la maternità surrogata.

E’ ovvio che vi fanno ricorso in misura maggiore gli etero, è ovvio che in Italia è già vietata, è pero altrettanto ovvio che con l’attuale formulazione della step una coppia gay è legittimata a utilizzare l’utero di una donna straniera (frutto di sfruttamento o di dono), e tornando in Italia, contraendo l’Unione civile, con un totale automatismo, compie l’adozione.

Se per i bambini già nati non si dovrà mai sindacare la provenienza (ci mancherebbe) per il futuro molti di noi chiedono che i legislatori facciano uno sforzo per trovare la forma e il modo di intervenire. Tanto più per le coppie etero che vi fanno ricorso in numeri maggiori.

Non bisogna essere ipocriti. Ma solo pochi ne sono sfuggiti, penso tra i pochissimi al collega Sergio Lo giudice, a Ivan Scalfarotto e a Emma Bonino che con onestà e chiarezza (come tante femministe su questo punto divise) hanno affermato che la pratica della maternità surrogata qualora sia una libera scelta è non solo accettabile ma da valorizzare. E allora delle due l’una: o si ammette che sia giusto procreare – non dico allevare e crescere, dico procreare – usando il corpo delle donne, posizione che rispetto perché finalmente non ipocrita. O si trova tutti insieme una forma che stigmatizzi queste pratiche.

Sarebbe utile già distinguere tra sfruttamento e libero consenso femminile. Proibizionismi e pene non sono deterrenti quando il desiderio diventa così potente da non fermarsi davanti a nessun limite, però il desiderio non potrà mai identificarsi automaticamente con un diritto sia che venga da un omosessuale che da un eterosessuale. E va dunque ribadito il divieto che sì è contenuto già in una legge, la 40, ma che oggi è del tutto screditata.

Infine è chiaro che alla condanna della sfruttamento della donna madre, deve seguire una organica riforma delle adozioni che le faciliti e da fare in tempi certi.

La condizione morale e materiale di centinaia di migliaia di bambini nel mondo, di bambini e non di adulti desideranti, richiede un diverso rapporto con l’infanzia che non può più essere quello del secolo scorso. Dobbiamo cambiare ispirazione e senso alla scelta dell’adozione oggi troppo difficile e ancorata a parametri superati.

Non dobbiamo restare indifferenti alle centinaia di migliaia di bambini feriti, orfani, denutriti, sfruttati e abbandonati che si riversano nel nostro mondo ricco e sazio. Un mondo (di etero e omo non importa) che, invece di prendersi cura di loro e delle loro ferite adottandoli, cerca di averli geneticamente dalle loro madri e dalle loro sorelle. Diamo un altro senso alle adozioni, rendendole più aperte. Apriamole, apriamole con la legge e con il cuore.

Non so come andranno le nostre votazioni. Comunque andranno io voterò questa legge.

Per più di due anni ho cercato di migliorarla, di convincere i colleghi ad avere più prudenza e meno confusione sul tema delle adozioni, l’ho fatto insieme ad altri che ringrazio, con convinzione, buona fede e spirito costruttivo.

Per cercare di riflettere insieme su alcuni principi, come quelli della difesa del corpo femminile e dei diritti dei bambini, segnalando il rischio politico che su temi così importanti occorre tenere unito, e non diviso il paese. Non dunque per pontificare, per togliere diritti e per reprimere.

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