Non ci sono più scuse

Diritti
epa04842774 Participants of the 20th Budapest Pride March release balloons into the air from the Chain Bridge in Budapest, Hungary, 11 July 2015. The march was part of the Budapest Pride events, which aim to raise awareness for the rights of lesbian, gay, bisexual, transgender and queer (LGBTQ) people.  EPA/ZSOLT SZIGETVARY HUNGARY OUT

Dopo la sentenza della Corte di Strasburgo, recuperare il prestigio e la credibilità internazionale dell’Italia è diventato un imperativo categorico che ci impegna tutti

Essere condannati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo costituisce sempre una pagina oscura nella vita di una nazione civile: il nome stesso della corte di Strasburgo e i diritti dell’umanità che essa è chiamata a tutelare sono un patrimonio che ogni democrazia dovrebbe tenere tra i valori più preziosi e sacri. Quando a essere condannato, poi, è un Paese come l’Italia – culla del diritto, patria di Cesare Beccaria, fondatore dell’Unione Europea –  la decisione ha in sé un che di controintuitivo e di clamoroso.

L’ultima importante sentenza di condanna della CEDU contro l’Italia aveva avuto ad oggetto la situazione carceraria nel nostro Paese, considerata dalla Corte come disumana e degradante, e la rilevanza di questa condanna convinse il Presidente della repubblica emerito Giorgio Napolitano a farne oggetto del solo formale messaggio indirizzato alle Camere durante i suoi due mandati al Quirinale. La sentenza di ieri a Strasburgo dovrebbe interrogare ciascuno di noi, politici e cittadini individualmente, con la stessa preoccupazione e la stessa inquietudine. Se in Italia è in corso una violazione dei diritti umani, e se questa violazione è certificata e pubblicata a livello internazionale, il problema non riguarda soltanto coloro i cui diritti sono stati violati.

La questione riguarda ciascuno di noi, lo stato di salute della nostra democrazia, il tipo di società che come comunità vogliamo costruire e il tipo di Paese nel quale desideriamo vivere. Lo si è capito benissimo in Irlanda, dove il referendum sul matrimonio ugualitario del 23 maggio ha segnato uno storico momento di dibattito nell’intera repubblica: gli irlandesi hanno voluto decidere di questa materia non solo per dare una risposta al bisogno di una minoranza, ma soprattutto per decidere quale Irlanda consegnare al futuro. Lo si è capito negli Stati Uniti il 26 giugno, quando la Corte Suprema, con una sentenza destinata a diventare storica come quella del 1967 con la quale fu dichiarata l’incostituzionalità del divieto di matrimoni interrazziali, ha stabilito che il diritto a sposarsi è riconosciuto dalla Costituzione americana e come tale va garantito anche alle coppie formate da due donne o da due uomini in tutti i 50 stati dell’Unione.

L’Italia è con la Grecia l’unico paese dell’Europa occidentale nel quale le coppie omosessuali non godono di nessun tipo di riconoscimento. Hanno leggi sul matrimonio ugualitario anche la Slovenia e il Portogallo, hanno una legge sulle unioni civili anche Malta e la Croazia. Da noi, nonostante l’acquisita compattezza sul tema di un Partito Democratico che ha definitivamente superato recenti divisioni ideologiche e i reiterati impegni pubblici del Presidente del Consiglio, fino ad oggi non siamo nemmeno riusciti ad adempiere ai doveri che anche la Corte Costituzionale – con due sentenze-monito: una nel 2010 e una nel 2014 – ha posto in capo al legislatore. La ragione sta nella caparbia resistenza, a suo modo anche sinistramente ammirevole, di una parte della politica e dell’opinione pubblica che ha fatto della negazione dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge una questione di vita o di morte, e che è di fatto riuscita sin qui a bloccare anche la legge contro l’omofobia, approvata dalla Camera il 19 settembre del 2013 e di cui da allora si sono completamente perse le tracce in Senato.

Per raggiungere questo obiettivo si è ricorso a tutto: alla disinformazione, alle manifestazioni di piazza, all’ostruzionismo parlamentare contro il governo che pure nelle stesse aule parlamentari  si sostiene con la fiducia. Davanti a questo muro apparentemente invalicabile, ho deciso di cominciare un digiuno che è durato per 20 giorni, dal 29 giugno al 18 luglio, per segnalare all’opinione pubblica italiana l’enormità di una situazione che ci vede più vicini, nella tutela dei diritti LGBT, a Bielorussia e Moldova che a Francia e Gran Bretagna. Ho cessato il digiuno solo davanti a una precisa richiesta in tal senso del Presidente Renzi che si è nel contempo impegnato pubblicamente a garantire che, prima della fine dell’anno, la legge sulle unioni civili sarà definitivamente approvata da entrambe le Camere. Da oggi anche l’opinione pubblica progressista e il Partito democratico dovranno saper mettere in questa materia la stessa determinazione e la stessa urgenza che fino a oggi abbiamo riconosciuto nell’azione politica di chi queste leggi ha osteggiato: dopo la sentenza della Corte di Strasburgo, recuperare il prestigio e la credibilità internazionale dell’Italia è diventato un imperativo categorico che ci impegna tutti.

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