Non ci sono alternative alle primarie aperte. E si faccia una legge

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4 settembre - Giovani democratici - Pd

La legittimazione dei gruppi dirigenti viene dagli elettori e non solo dagli eletti

Va bene, discutiamo di primarie, laicamente senza pregiudizi. Partiamo da una domanda molto pratica e poco ideologica: esiste oggi, nelle nostre condizioni specifiche, un modo più efficace e meno divisivo di scelta dei candidati per uno schieramento che voglia essere maggioritario e plurale? Cioè costruito sulla condivisione di regole che permettono la convivenza e la collaborazione di persone che si riconoscono in valori comuni ma soluzioni politiche diverse?

Il gruppo dirigente del Pd, i partiti e le associazioni del centrosinistra a Venezia, sarebbero stati in grado di raggiungere senza le primarie un’intesa su un candidato con maggiori chance di vittoria? Paita e Moretti avrebbero avuto maggiori chance di vittoria se le loro candidature non fossero passate dalle primarie? Al posto di Marino o De Magistris il Pd locale avrebbe saputo e potuto trovare un metodo più efficace per selezionare un candidato con altrettante chance di successo? A Roma, senza le primarie (vinte da Marino con il sostegno di un abilissimo organizzatore di tesseramenti), non ci sarebbe stato esclusivamente un accordo tra quei potentati emersi dalla inchiesta su Buzzi e Odevaine?

Continuo a pensare che per un partito inclusivo e plurale non ci sia alternativa alla legittimazione degli elettori (le cosiddette primarie). Certo si può mettere sostenere che questo sia un collante debole e proporsi di sostituirlo con uno forte, simil ‘900. Allora bisogna dire “come”, non fermarsi alla nostalgia e ripetere che “ci vorrebbe”. Ma non ne vedo molti nel mondo occidentale. Già solo la ripetizione di questo “ci vorrebbe” dimostra l’incapacità di comprendere e adattarsi al nostro tempo.

A “collante forte” ci è rimasto il M5S, tenuto insieme dall’opposizione generalizzata, dalla capacità di confederare attorno all’urlo di guerra “vaffa” tutti gli scontenti e dall’impressione di essere del tutto estraneo dal sistema. Ma non si dimentichi mai il capitale simbolico di un leader “spettacolare”! A “collante forte” è la Lega di Salvini costruita attorno alla paura dell’immigrazione e alla difesa spaventata della propria roba, alla sicurezza. Mentre il “collante” di Berlusconi costituito dall’anticomunismo (anti sinistrismo) e dal no tax non tiene più. Ma il collante forte produce organizzazioni rigide e fragili. Il nostro tempo richiede un collante elastico, caso mai più debole ma capace di adattarsi ad una società complessa e a forte dinamismo interno.

Il “collante flessibile” non può che essere costituito dalla condivisione delle regole necessarie per decidere le cose importanti e, in primo luogo, scegliere i leader/candidati. Le primarie sono quindi il meccanismo partecipativo e decisionale che caratterizza il sistema di regole attraverso il quale tener insieme una libera associazione di donne e uomini che condividono valori e cercano di farli diventare politiche pubbliche attraverso la promozione di un nuovo personale di governo.

Invece, quale metodo di selezione dei candidati propone chi mette in discussione le primarie (piuttosto che impegnarsi a sperimentare il modo per renderle più efficaci)? Un caminetto rivisitato? Chi verrebbe invitato, perché e da chi? Si pensa che gli organismi statutari abbiano la sufficiente autorevolezza?

Esiste un’autorità, non formale ma riconosciuta tale, in grado di prendere queste decisioni? Il partito politico del nostro tempo ha questa autorità, la può avere? E come può essere “legittimata”? Bastano gli iscritti o sono necessari (indispensabili) gli elettori? E chi è poi il Partito (visto che a pensare che ha mille occhi c’è rimasta solo la poesia di Brecht)? Il segretario della Federazione (vestigia del tempo che fu), quello regionale o il segretario nazionale?

È questa piramide di autorità che non funziona più (lasciamo stare se ha fallito, è comunque inadeguata). È inadeguata soprattutto a sinistra dove si pensa che essere parte delle decisioni, essere in qualche modo protagonisti, sia un valore distintivo. Non è proponibile un vertice che presiede a tutte le decisioni sul territorio nazionale garantendo la coerenza e l’unicità dell’indirizzo. Ci vuole un approccio diverso, a rete, basato sull’adesione volontaria e la maggiore autonomia, una confederazione di entità autonome (e responsabili), un’organizzazione a più livelli: nazionale, regionale e comunale.

Renzi pensi a governare che lo fa bene, affidi il partito “nazionale” a un suo collaboratore che cerchi di far suonare a tempo l’orchestra e dia autonomia ai livelli locali. L’organizzazione deve confederare, non omologare.

Ma qui il rischio è di fare dell’accademia perché la domanda è cosa fare oggi nella transizione complessa tra un equilibrio e l’altro: tra il lutto della fine del “collante forte” – ideologico – e la debolezza del nuovo collante flessibile basato sull’accettazione delle nuove regole. Qualcuno è convinto che sia meglio essere gli azionisti di un candidato comunque vincente. In questo atteggiamento vedo il rischio dell’impazienza, di pregiudicare un esito che richiede tempo per maturare. Perché come Renzi ha lucidamente capito e affermato nella riunione della assemblea del Pd, le forme organizzative si plasmeranno sulle nuove regole elettorali stabilite dall’Italicum e che quindi adda passà a nuttata.

Ma in questa traversata va mantenuta la rotta e la stella polare è riconoscere che la legittimazione dei gruppi dirigenti viene dagli elettori e non solo dagli iscritti, cioè da forme di coinvolgimento ampie e aperte. Caso mai, come ha scritto Veltroni domenica su l’Unità, riprendendo la proposta di legge sulle primarie.

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