Noi lgbt che non ci nascondiamo

Unioni civili
Un momento del sit in per il ddl Cirinnà in piazza del Pantheon a Roma, 23 gennaio 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

Troppo spesso siamo stati considerati “sfascia famiglie” o capri espiatori. Ma è grazie a noi e alla buona politica se l’Italia potrà diventare più moderna

Molti di noi lottano da più di trenta anni per la propria famiglia. Ciascuno ha deciso di non nascondersi e ha considerato la visibilità il modo migliore per dire a tutti che amare una persona del proprio sesso e creare legami insieme a lei è un diritto umano. Abbiamo pagato prezzi altissimi. Non c’è stata situazione in cui ciascuno di noi non sia stato considerato un “capro espiatorio”. Dinanzi al male del mondo, il delirio di onnipotenza di chi ritiene di padroneggiare le avversità o le incognite spinge a pensare che la colpa è tutta di chi muta l’ordine delle cose come ci è stato tramandato. Tale delirio è uno degli ostacoli più consistenti al cambiamento, alla possibilità di seguire il ritmo del tempo in cui ci è dato di vivere.

Noi lesbiche, gay e transessuali siamo stati considerati imprevisti, disordinati, contro una Natura che per l’uomo, invece, è solo Cultura. Che ghiotta occasione per trasformarci in capri espiatori. Che ghiotta occasione per chi crede di poter controllare tutto, anche i propri sogni o le proprie pulsioni, quella di additarci come l’emblema del male. Ebbene, molti di noi hanno deciso di non nascondersi, sapendo che in vicende private e pubbliche alla prima difficoltà saremmo stati caricati di tutti i “peccati” e esiliati nel “deserto”, ai margini della società. Abbiamo vissuto a testa alta senza mettere in conto i prezzi e ogni stagione della vita ce ne ha presentati di diversi: da adolescenti siamo stati malvisti dai genitori del nostro partner, da grandi siamo stati malvisti dai figli.

A molti di noi, per legge “senza famiglia” da poter costruire, è successo di essere considerati “sfasciafamiglie” dai parenti di una famiglia già in crisi che vedeva un familiare innamorarsi di uno di noi. E ci è stata rimproverata la visibilità, perché quando la famiglia è in crisi, e anziché una se ne tengono insieme numerose e “coperte”, ciò che più si teme è il frantumarsi dell’ipocrisia. È successo a molti che morto all’improvviso il compagno o la compagna abbiamo perso tutto, di colpo. A timpulìata, come si dice in siciliano. E a nulla è valso credere che ci fosse una legge morale in nome della quale gli eredi legittimi ci avrebbero rispettato. Dinanzi alla scomparsa, siamo stati additati come portatori di morte, il massimo del disordine. Come ladri d’amore.

Comodo sarebbe stato nasconderci. Vivere all’insegna della doppia vita. Comodo e disperante. Comodo e pusillanime. Comodo e non rispettoso di noi stessi, della società intera. Sarebbe stato un modo avaro, contabile, risparmioso, di consegnare alle generazioni future il significato della vita di ciascuno di noi. Ma oggi è venuto il tempo che noi, considerati sfasciafamiglie, abbiamo una famiglia. La modernità reinterpreta questo termine e oggi famiglia significa: famiglie formate da una sola persona, da una persona con il cane o con il gatto, dai conviventi, da un nucleo con genitori etero e prole, famiglie monogenitoriali, famiglie arcobaleno.

Questa è la realtà, e il linguaggio sarà conseguente con i suoi tempi e modi. Dire che la famiglia del senatore Sergio Lo Giudice è frutto di una compravendita si rivela l’ennesimo tentativo di considerarci “sfascia famiglia”. È farne un capro espiatorio. È additarlo come la causa di un disastro che è solo negli occhi di chi attacca. Se la società italiana è arrivata alla vigilia di un passo fondamentale per la modernizzazione, è grazie alla buona politica e alla gente come noi che per tutta la vita non si è mai nascosta. Che si porti il dovuto rispetto per chi sta scrivendo da anni una delle migliori pagine della storia dell’Italia moderna.

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