Noi, italiani miserabili, che non siamo più in grado di accogliere

Immigrazione
Braccia alzate e tricolore alla mano i residenti di Casale San Nicola protestano contro l'arrivo di un centinaio di profughi nella ex scuola Socrate, Roma, 17 luglio 2015. Momenti di tensione con spintoni e polizia che cerca di allontanare i cittadini seduti a terra per impedire il passaggio degli immigrati che oggi il prefetto di Roma ha deciso di trasferire in una struttura di Casale S. Nicola alla periferia di Roma. ANSA

Perfino durante l’occupazione nazista abbiamo conservato la nostra umanità. Perché oggi non riusciamo più a essere così?

La nostra storia di liberi egoisti parte dagli anni Quaranta. Da un isolato, gelido, dimenticato paesino arroccato sul monte più alto della Daunia, chiamato Monteleone di Puglia. Un posto talmente piccolo e sconosciuto, che anche la sua stessa storia è diventata piccola e sconosciuta. Le donne di quel paese sono state le prime in Italia a ribellarsi ai fascisti, sono state le prime a lottare per dar da mangiare ai propri figli quel pezzo di pane stantio e raffermo che gli veniva indegnamente negato.

Nonostante i bombarbamenti degli alleati abbiano devastato intere città in lungo tutto lo Stivale per liberarci da quel subdolo e nero cancro chiamato nazionalsocialismo; nonostante le mattanze, le stragi, gli abusi e le tutte le indefinibili e disgustose nefandezze subite durante l’occupazione nazista, la nostra gente ha conservato la sua umanità. Nonostante fossimo ridotti alla fame, a mangiare bucce di patate o a cacciare topi per un pezzo di carne – già, succedeva anche quello – ci siamo tenuti stretti il rispetto per la vita umana. Ci siamo sacrificati per la nostra e quella degli altri.

Quando le migliaia di sfollati scappavano dalle grandi città e si riversavano miserabili, senza più nulla se non stracci e cenci fetenti, nei paesini lontani dal fronte, i miserabili di quei posti li hanno accolti – senza se e senza ma. E non raccontiamoci le palle tipo: “Italiani che aiutano altri italiani”. L’Italia per sua storia è sempre stata divisa e dilaniata da molteplici identità, molteplici conflitti. Un esempio facile facile? Le migliaia di persone immigrate dal sud verso il nord negli ultimi cinquant’anni. Le stesse che oggi fanno parte della nostra identità, che oggi consideriamo lombardi e lombarde, sono state per decenni prigioniere di quel sogno padano che le voleva “a casa loro”. O al massimo le considerava animali buoni per essere sfruttati nelle fabbriche e le relegava nei quartieri popolari.

Ieri avevamo poco o nulla, ma quello che avevamo – lo racconta la nostra storia – lo abbiamo diviso con gli altri. Lo abbiamo fatto perché quegli “altri” potevamo essere noi. Perché oggi non riusciamo più a essere così? Siamo solo capaci di lamentarci di un’invasione inesistente quando accogliamo ad esempio 63 profughi a Venegono Inferiore (63 non è un’invasione). Oggi che abbiamo tutto, e non siamo costretti a dividere delle bucce di patate con loro, non riusciamo nemmeno a concedere in prestito, a chi scappa dalla guerra, un tetto sopra la testa. Che non è quello di casa mia o casa vostra, è quello di una scuola, la casa di tutti. E non lo stiamo dando per sempre, ma per un mese.

Forse, l’unica risposta possibile a quella domanda, è che siamo più miserabili di come eravamo. E la nostra storia di liberi egoisti sarebbe dovuta iniziare e finire lì: con quelle donne di quel paesino della Daunia che hanno lottato per la sopravvivenza di quei bambini.

 

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