Noi e l’Islam in Europa fra 20 anni

Dal giornale
islam moschea

L’Europa non è, e non sarà sommersa dai flussi migratori né tantomeno dalla loro componente islamica.

Qualche tempo fa, tentai di fare il punto sulla consistenza delle popolazioni islamiche nei vari paesi dell’Unione Europea e sulle possibili tendenze future. Le considerazioni allora fatte sulla Rivista online Neodemos, e ripubblicate qui di seguito, sono ancora pienamente valide, pur se qualche dato andrebbe aggiornato. Sotto il profilo quantitativo, la popolazione di religione musulmana rappresenta circa il 4 per cento della popolazione dell’Unione e potrebbe aumentare di un paio di punti percentuali nei prossimi 15-20 anni.

Questa previsione potrebbe modificarsi in conseguenza di due fattori di segno diverso. Il primo riguarda l’evolversi dei conflitti che devastano la regione mediorientale, e i flussi di richiedenti asilo e protezione che essi generano. Il secondo è connesso con le conseguenze della lunga crisi economica che ha generato molti ritorni di immigrati nei paesi di origine, e diffuse restrizioni all’immigrazione economica. Restrizioni che potrebbero prolungarsi o rafforzarsi per l’effetto perverso degli atti terroristici compiuti in Europa e nell’area mediterranea. L’opinione pubblica va però informata: l’Europa non è – e non sarà – sommersa dai flussi migratori né, tantomeno, dalla loro componente islamica. La crescita delle popolazioni euro-islamiche è protagonista di rilievo – ma mai ufficialmente riconosciuta – nel dibattito sulla natura dell’Europa, le sue radici culturali, la convivenza civile, l’allargamento ad oriente e alla Turchia. A falsare il dibattito c’è la diffusa convinzione che le popolazioni musulmane – nei paesi di origine, come in quelli di destinazione – siano caratterizzate da una irrefrenabile dinamica destinata ad insidiare gli equilibri demografici nel nostro continente. Nel 2005- 10, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite la fecondità era approdata a livelli relativamente moderati: limitandoci ai paesi più popolosi, il numero di figli per donna era sceso a 1,8 in Iran; 2,1 in Indonesia e Turchia; 2,4 in Bangladesh; 2,8 in Egitto; 3,6 in Pakistan. Un terzo, o la metà, dei livelli prevalenti prima degli anni ’80. Vale la pena, per porre sul binario giusto il dibattito politico e culturale, ragionare sul futuro delle “comunità euroislamiche”. Delimitiamo il campo del discorso: ragioneremo nell’ipotesi che l’UE rimanga con 27 membri, al netto della Turchia che con i suoi 80 milioni di abitanti rappresenterebbe ben il 14% della popolazione di un’Unione che la comprendesse. È ovvio che con l’accesso della Turchia, l’assetto europeo subirebbe un mutamento profondo. L’aggiunta dei Paesi della ex-Jugoslavia e dell’Albania, attualmente fuori dalla UE (ma ne costituiscono una enclave e appaiono “destinati” ad essere incorporati, prima o poi) aggiungerebbe una popolazione musulmana autoctona considerevole (pari oggi a 7-8 milioni) ma pur modesta relativamente alla consistenza di oltre mezzo miliardo della popolazione dei 27 paesi. Al netto dei futuri accessi, la stima attuale (2010) della popolazione di religione islamica è di circa 19 milioni, pari al 3,8% della popolazione totale. Solo in Bulgaria la comunità islamica (circa un milione di persone) ha radici antiche; negli altri paesi essa ha origine, per lo più, nell’immigrazione dell’ultimo mezzo secolo. L’incidenza islamica più alta (a parte la Bulgaria e Cipro, casi particolari) è in Francia (7,5%) seguita da Belgio, Austria e Olanda (5,5-6%); tra il 4 e il 5% si situano Danimarca, Germania, Svezia e Regno Unito; tra il 2 e il 3% stanno Italia, Spagna, Slovenia, Norvegia e Lussemburgo; negli altri paesi (paesi baltici, dell’Europa orientale, Portogallo e Malta) tale proporzione – meno dell’1% – è trascurabile.

L’opinione pubblica si domanda, tuttavia, quale siano le potenzialità di sviluppo della componente musulmana dell’Europa; se questa non sia destinata ad una rapida crescita, diventando parte molto consistente della società, anche per la debolezza demografica della popolazione autoctona. Discutiamo brevemente le prospettive migratorie e quelle sulla natalità degli immigrati islamici. Per quanto riguarda le migrazioni, la crisi economica, le politiche di ammissione più restrittive e lo scaricarsi della molla demografica ed economica fanno ritenere che l’immigrazione dai paesi islamici possano attenuarsi nel futuro, al netto di terremoti politici. Nel ventennio 1970-90, il saldo netto migratorio dei paesi musulmani mediterranei fu pari a -6,3 milioni, diminuito lievemente a 5,5 milioni nel ventennio successivo 1990-2010 (pur in presenza di una popolazione aumentata mediamente del 30%). Il deficit migratorio del Marocco è più che raddoppiato tra i due periodi; quello dell’Egitto è rimasto stazionario; Libano, Giordania e Siria hanno registrato saldi positivi, e così la Turchia, negli ultimi anni. Sono risultati che risentono – per i paesi dell’est del Mediterraneo – degli sconvolgimenti politici dei paesi vicini e dei movimenti di rifugiati. Si può anche azzardare un calcolo esplorativo: supponiamo che nel futuro l’emigrazione netta mediterranea rifluisca tutta in Europa, alimentando la popolazione islamica che vi risiede. È ovvio che così non è, perché tali flussi hanno anche altre destinazioni (attratti dal mercato del lavoro delle economie del petrolio dei paesi del Golfo, per esempio); ma supponiamo che ci sia una compensazione con i flussi di immigrati di religione islamica provenienti dall’Africa (Nigeria, ad esempio) o dall’Asia (Pakistan, Bangladesh). Ipotizziamo che per le considerazioni sopra indicate (politiche più restrittive, crisi o scarso dinamismo economico, minore esuberanza demografica dei paesi di partenza) l’immigrazione verso l’Europa si dimezzi. In questo caso, la popolazione islamica europea (19 milioni nel 2010) si accrescerebbe di circa 130-140.000 unità all’anno (circa lo 0,7%) in conseguenza dell’apporto migratorio. Quali sono i modelli riproduttivi degli stranieri nei paesi di immigrazione e particolarmente di quelli che provengono da regioni ad alta o altissima natalità? Si rischia, a lungo andare, un effetto di “spiazzamento” della popolazione autoctona per la crescita incontrollabile della popolazione di origine straniera? L’esperienza storica indica che nel giro di una generazione la convergenza dei modelli riproduttivi tra le popolazioni ospiti e quelle ospitanti tende ad essere quasi completa.

La contemporanea esperienza europea suggerisce che la selezione favorisce la migrazione di donne con modelli riproduttivi più moderati rispetto alla media del paese di origine. Al termine del periodo riproduttivo esse sembrano attestarsi su livelli lievemente superiori ai due figli per donna, più alti di quello del paese di destinazione, ma non tale da imprimere un’accelerazione di qualche rilievo alla popolazione che li riceve. In Francia (1991-98), il numero medio di figli per le donne immigrate dal Maghreb fu di 2,8 (contro 3,3 nei paesi di origine), per quelle provenienti dal resto dell’Africa 2,9 (contro 5,9), per quelle provenienti dall’Asia 1,8 (contro 2,9). L’Ente scientifico autonomo Ismu ha calcolato nel 2008 in Lombardia il numero medio di figli avuti dalle donne immigrate con più di 40 anni – e che perciò avevano quasi completato il loro ciclo riproduttivo – secondo la regione di nascita. Ebbene, tale numero medio era nettamente maggiore – ma in sé tutt’altro che elevato – per le donne immigrate che non per le autoctone (1,9 contro 1,4); per le donne nordafricane si trattava di 2,1 figli; per le altre provenienze africane 2,2; per le latinoamericane 2, per le asiatiche 1,9; per le europee (non UE), 1,7. La conclusione è che nel mondo contemporaneo il vantaggio riproduttivo degli immigrati di prima generazione sugli autoctoni è sensibile. Per le successive generazioni è, però, vicino allo zero e, alla lunga la componente di origine immigrata tende a crescere alla stessa velocità della popolazione di origine autoctona. Quale potrebbe essere, dunque, l’evoluzione futura della popolazione islamica in Europa? Secondo le stime del Pew Center questa è aumentata da 10,4 a 19,1 milioni tra il 1990 e il 2010 (solo in Italia, da 0,8 a 1,5), con un tasso medio d’incremento molto alto, pari al 3%. Nel ventennio 2010- 2030, i musulmani crescerebbero a 30,2 milioni, con un incremento sceso a 1,5%. L’alto incremento nel ventennio trascorso è dovuto a: 1) un alto flusso di immigrazione destinato, in futuro, a diminuire (crisi economica, venir meno della molla demografica nei paesi di partenza, legislazioni più restrittive); 2) un alto incremento naturale della popolazione immigrata, alimentato sia dall’alta natalità sia da una struttura per età giovane – due fattori che vanno però rapidamente perdendo la loro forza propulsiva. È perciò fondato ritenere che il ritmo d’incremento vada gradualmente riducendosi nel corso dei prossimi decenni, dal 3% del passato ventennio ad un tasso annuo nell’ordine dell’1%, o meno, verso la metà del secolo. Se la crescita media fosse quest’ultima – dal 2010 al 2050 – la popolazione islamica crescerebbe da 19 a 29 milioni; se fosse del 2% approderebbe a 43 milioni, se al 3% a 64 milioni. Nei tre casi esaminati, l’incidenza sulla popolazione della UE-27 crescerebbe dal 3,8% (2010) al 5,8; 8,6 o 12,8%, secondo i tassi di crescita esemplificati. Se costretti a dare un’indicazione orientativa, si potrebbe suggerire una cifra nell’intorno di 40 milioni attorno al 2050. Certo, ragionare sui numeri non basta. O meglio, non bastano le cifre poste in campo: troppo sommarie, troppo incerte, troppo ipotetiche. Molti altri aspetti, peraltro misurabili, andrebbero esplorati: oltre all’acquisizione della cittadinanza, la concessione del voto amministrativo; i matrimoni misti; i modelli familiari; la mobilità e le particolarità insediative; l’istruzione e la riuscita scolastica; l’occupazione femminile. Tutti indicatori del grado di separatezza o di interazione degli immigrati e dei loro discendenti con la società che li ospita – elementi cruciali per seguire il loro percorso e per costruire e modulare le politiche più adatte.

 

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