Noi e gli Usa in “stato di shock”

Usa2016
Trump fucile

Non sarà breve, non sarà facile, la nuova presidenza implica il concetto di resistenza

Caro direttore,

“Stato di shock”, come scrivono i barellieri nel referto quando portano il ferito al Pronto soccorso dopo un incidente stradale. Pensieri sconnessi, premonizioni non ascoltate, improvvisa euforia, agitazione, paura.

Ora sono passate un po’ di ore dallo scivolamento nell’incubo, che –come succede agli incubi – è sempre uguale.

All’inizio c’è un sondaggio favorevole, poi arriva un exit poll incerto, poi vedi una strana luce negli occhi di uno in fila per votare, poi la “maledetta Florida” che era data per vinta e invece non lo è. E poi – proprio come nei sogni brutti – scivola tutto e tu ti trovi a camminare nudo in mezzo alla gente che manco ti vede.

Alla fine, Trump è presidente. E ti viene voglia, insieme, di svegliarti e di andare a dormire. “Stato di shock” appunto.

Poi parli con gli amici, via Facebook. Che mi segnalano l’editoriale del direttore del New Yorker. David Remnick definisce quello che è successo “una tragedia americana” e avverte sui prossimi tentativi di banalizzarla.

L’America ha ceduto; ha fatto con ottanta anni di ritardo e dopo una guerra mondiale, quello che fece la Germania nel 1933. Ha ucciso un concetto di convivenza, di democrazia, di separazione dei poteri, di adesione ai principi universali di uguaglianza e di libertà, mettendosi nelle mani di un tanghero.

Le conseguenze non sono prevedibili. Mi piace quando Remnick dice: “Adesso cercheranno di razionalizzare, di banalizzare, di storicizzare”, ma, fate attenzione che non è così: quello che è successo è una ferita a morte, l’11 settembre quindici anni dopo. Non sarà breve, non sarà facile, implica il concetto di resistenza.

Poi, non so perché, mi continua a venire in mente Bob Dylan. E la gioia quando il telefonino mi ha annunciato che aveva vinto il Nobel per la letteratura. Da dieci anni era candidato, ma non glielo davano mai. E cominciavo a pensare che non lo avrei visto premiato, un po’ perché lui è vecchio e il Nobel lo danno solo ai vivi, un po’ perché sono vecchio anch’io. Gran Nobel, per Bob! Come grande fu quello, in anticipo, a Barack Obama. E poi, però. Quel suo strano silenzio –lui che è il cantore dell’America –ostinatamente zitto, per un mese, proprio mentre l’america fa le sue grandi scelte, mentre soffiano venti strani. Quel suo essere, come sempre, indecifrabile.

Oggi tutti se la prendono con i sondaggisti, lui era quello che aveva scritto: “You don’t need to be a weatherman, to know that the times are a changin’”. I metereologi erano i sondaggisti di una volta, erano delle autorità. In Italia comparivano in tv in divisa militare dell’Areonuatica a dire: “domani farà bello”, ed era la legge . E tutti noi amavamo il colonnello Bernacca, anche perché diceva che sarebbe stato bello. Però… si sa che Bob Dylan è strano, e quindi un po’ io ero in apprensione. Mi dicevo: non è che adesso Bob se ne esce e dice che vota per Donald Trump?

Non so perché, ma mi era venuta questa brutta fantasia. Ma certo Bob non è salito su un palco, insieme a tutti gli altri, per invitare a votare Hillary Clinton. Credo che il vecchio Bob abbia fiutato l’aria, il blowin’ in the wind. Ci doveva essere qualcosa che non gli tornava.

I sondaggi, dunque, le previsioni del tempo. Francesco Costa, che ha seguito per il Post tutta la lunga campagna elettorale americana con competenza e acume giornalistico, ieri mattina ha pubblicato un brevissimo commento sconfortato. Si è chiesto: “Io non riesco a capire come mai, in un anno di rilevazioni, di sondaggi, nessuno aveva mai immaginato che il Michigan potesse votare per Trump”. Già, il Michigan. Detroit. L’automobile. La classe operaia – bianca e nera. La fine dell’utopia del lavoro fordista, le città ridotte ad architetture spettrali, l’acqua inquinata che esce dai rubinetti, gli obesi, la droga e tutti che se ne fregano. Era stata pudica la vecchia classe operaia del Michigan, a rispondere con cortesia ai sondaggisti.

Già, ma come ha fatto Trump a sapere che proprio lì avrebbe preso voti? Aveva dei sondaggi segreti? E andatevi a vedere il suo ultimo comizio. Dove dice agli operai che riporterà il lavoro che è stato loro sottratto da Hillary, dalle grandi banche, dai “poteri forti”. E lì, alla fine ha fatto scivolare quello che aveva cercato di tenere nascosto in campagna elettorale. Che c’è una cospirazione mondiale, guidata dagli ebrei, di cui Hillary Clinton, George Soros, Wall Street, Barack Obama, fanno parte. E i buoni operai del Michigan se la sono bevuta e hanno votato il loro piccolo Hitler.

Questa storiella vi ricorda qualcosa? Esportabile in Italia? Come si spiega che la classe operaia decaduta sia diventata la parte sociale più stupida, più manipolabile per ogni avventura? In America, come si sa, non esistono le classi social, cui siamo abituati da noi: classe operaia, borghesia, etc. Esiste la “middle class”, il sogno americano è far parte della middle class. E finora ha funzionato. Se sei bianco e scivoli in basso, da middle class diventi (se ti va bene) quello che eri prima, working class e poi, come succede per le imprescutabili avventure del capitalismo, white trash, spazzatura bianca. (Segnalo, a proposito, un preveggente articolo di Claudia Durastanti, su Pagina 99) .

La white trash è quella che ha fatto vincere Trump e gli ha dato quell’un per cento in più negli stati industriali: odia i politici, le banche, gli immigrati, i poteri forti, i negri, gli ebrei. Vuole possedere un’arma e andare a sparare nel week end. È quella che, per educazione o forse anche perché non ha il telefono, non ha risposto ai sondaggisti, ma ha popolato i comizi di Trump. Una massa fascistizzabile che Trump ha prontamente fascistizzato. Vedremo come va a finire. L’America non è un Paese docile. E se c’è un’altra lezione da trarre: meglio avere l’Fbi dalla tua parte se vuoi vincere le elezioni.

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