Perché noi dell’Ulivo votiamo Sì

Referendum
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Parlamentarismo non può far rima con conservatorismo

Sono stato responsabile della campagna referendaria dei Democratici dell’Asinello. L’Italia voleva allora un sistema politico e istituzionale più semplice ed efficiente. Lo vuole ancora. Anzi, con la crescita impetuosa della globalizzazione, della multilevel governance , delle complicazioni legislative e del federalismo pasticcione dei centri di costi e delle caste, lo vuole ancora di più. Noi dell’Ulivo, Prodi e Arturo Parisi in testa, volevamo il superamento del bicameralismo paritario, un Senato delle Autonomie, la rivalutazione del referendum, un bipolarismo governante, per tutti, non nel nostro interesse.

Non siamo riusciti allora, c’è la possibilità di farlo oggi, con il referendum confermativo della riforma Boschi-Napolitano. In più, possiamo oggi correggere gli errori degli squilibri federalisti della riforma del 2001 e tornare ad essere un paese normale, ove si riconosce l’esistenza degli interessi nazionali, in materie come le grandi reti di infrastrutture, l’energia, il turismo, la sicurezza sul lavoro, le professioni, il commercio con l’estero, prima incomprensibilmente nelle mani dei legislatori regionali e della Corte costituzionale costretta ad una incessante attività di arbitro dei conflitti di attribuzione.

Come pure sarà possibile avere una democrazia più matura e moderna con l’introduzione nella Costituzione dei principi di trasparenza e di semplificazione amministrativa e la rivitalizzazione dei referendum popolari. Per governare davvero l’Europa degli accordi intergovernativi, del “meccanismo europeo di stabilità”, del fiscal compact e del migration compact e ricostruirne una nuova, occorre un sistema istituzionale più coeso ed efficiente. La riforma va in questa direzione, lo hanno ben compreso non solo il presidente di Confindustria Boccia, ma tutte le principali categorie produttive, ed è un bel passo in avanti per l’Italia che crede nel proprio ruolo e nel proprio futuro. Certo, ci sono ancora leggi attuative necessarie per chiarire qualche punto e il voto aiuterà in questa direzione.

Chi vuole definitivamente gettare a mare decenni di speranze di cambiamento, decine di leggi, proposte di riforme, le indicazioni bipartisan dei “saggi”, il sogno stesso di un’Italia che sa decidere come tenere le proprie istituzioni al passo con i tempi, oggi trama in vario modo per il “no”. È legittimo, certo, ma gli argomenti sono spesso troppo strumentali. «La Costituzione non si tocca ma – scriveva Norberto Bobbio – guai a considerare la Costituzione a tal punto bella da ritenerla intoccabile ».

«Si tolgono poteri legislativi alle regioni». No, si fa solo chiarezza sulle competenze, e il Senato delle Autonomie non c’è mai stato. «Si potevano fare referendum distinti». Ma la riforma è unitaria, nessuno in Parlamento ha votato per “spacchettarla”. «La riforma costituzionale unita alla legge elettorale crea un regime autoritario».

Ma finalmente si esce dalle maggioranze diverse tra Camera e Senato, dalla palude degli inciuci e dei ricatti, dell’instabilità permanente dei governi, ed i cittadini decidono con il voto chi vince e chi governa. Certo, l’Italia resta un paese a regime parlamentare, non si è trovata un’intesa sul presidenzialismo. Il dibattito sulla legge elettorale è altra cosa. Ma parlamentarismo non può far rima con conservatorismo, abbiamo il sacrosanto diritto di avere istituzioni più efficienti, meno costose, moderne. È un atto di amore e di cura per noi stessi, per la nostra casa comune, per l’Italia , in tempi di incertezze. E, infine, ne sono certo, anche Prodi voterà per il “sì”.

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