Noi della generazione Erasmus non accettiamo la fine dell’Europa

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ARCHIV - Die Quadriga auf dem Brandenburger Tor in Berlin ist am 24. Maerz 2007 durch eine EU-Fahne zu sehen.Das Bundesverfassungsgericht in Karlsruhe will am Dienstag, 30. Juni 2009, seine Entscheidung ueber den Reformvertrag von Lissabon verkuenden. (AP Photo/Jan Bauer)  ** zu unserem KORR ** --- FILE - In this March 24, 2007 file photo the Quadriga ontop of the Brandenburg Gate in Berlin is seen shining through a European flag.  (AP Photo/Jan Bauer)

Lo stop di Schengen è un campanello d’allarme per il nostro futuro

La crisi di Schengen rappresenta il sintomo più evidente della crisi di coscienza ed identità dell’Unione Europea. Non lo diciamo da ora. Come Giovani Democratici, già sei mesi fa, inviammo alle principali personalità del socialismo europeo una lettera di allarme su questo tema. Era il 20 giugno, occasione della Giornata mondiale del rifugiato.

Con il documento intitolato “Cari compagni, noi di confini non ne vediamo” chiedevamo ai leader del progressismo continentale una risposta all’emergenza umanitaria che fosse all’altezza dei valori che poniamo al centro del nostro impegno politico.

Da troppo tempo l’apparente resa nei confronti delle politiche conservatrici sta segnando l’azione di molti dei governi socialdemocratici europei.

È dai tempi della Seconda guerra mondiale che non si registra un numero così elevato di persone che fuggono violenze e persecuzioni. Queste persone chiedono solo la tutela della vita personale e dei propri cari, garanzia di diritti fondamentali, speranza di un futuro migliore. Gran parte di questa mole enorme di donne ed uomini, per l’esattezza l’85%, trova rifugio in Paesi in via di sviluppo, quasi sempre Stati confinanti rispetto a quello di provenienza.

Il caso più eclatante è il Libano, un fazzoletto di terra, un decimo della superficie dell’Ue, che ospita oggi più di un milione di rifugiati del conflitto in Siria.

Gli Stati europei, invece, davanti a questa crisi umanitaria, hanno scelto per la chiusura.

Invece di mettere in campo da subito politiche migratorie e d’asilo condivise, coordinate, vincolanti e adeguate alla situazione, hanno preferito cimentarsi nel gioco dello “scaricabarile” di questioni che toccano la vita di decine di migliaia di persone.

Invece che superare “Dublino” e favorire una presa in carico comune delle frontiere esterne, così da non lasciare soli i Paesi più coinvolti, hanno mostrato il loro volto più duro e nazionalista, arrivando a contrapporre alla faticosa conquista di secoli delle libertà civili e delle politiche d’accoglienza, un’intensificazione delle misure di sicurezza spinti dalla paura degli atti terroristici che negli ultimi anni hanno riguardato diversi Stati europei.

Vari governi hanno messo in campo provvedimenti tesi a disincentivare l’afflusso nel proprio Paese, più che puntare a una gestione equilibrata del fenomeno, e sono state riscoperte pratiche che pensavamo di aver abbandonato nel passato più buio; ci riferiamo al “jewellery bill” danese, che consente la confisca di beni ai rifugiati, alla disposizione data alla polizia ceca di identificare i migranti marchiandoli con un numero sul braccio o all’Ungheria dove chi aiuta un rifugiato è perseguibile dalla legge. Abbiamo visto rialzarsi frontiere che credevamo di aver abbattuto.

Riteniamo che la libertà di circolazione delle persone sia un conquista irrinunciabile: essa, infatti, è arrivata dopo secoli in cui sul suolo continentale si sono consumate immani tragedie ed è per questo la risposta migliore della civiltà contro la barbarie.

L’anniversario di Schengen è stato celebrato con l’inasprimento dei controlli alle frontiere e il rigurgito degli egoismi nazionali. Dai migranti bloccati alla frontiera italo-francese e sgomberati dagli scogli di Ventimiglia al filo spinato posto a dividere croati e sloveni in Istria, una terra martoriata dai conflitti etnici, passando per le richieste di diversi Stati membri di sospendere la libertà di circolazione. Andando avanti di questo passo, l’Europa ha i giorni contati.

I giovani europei non possono rassegnarsi a questo stato di cose. Siamo la generazione dell’Erasmus, dell’interrail, delle vacanze nelle capitale europee. Siamo una generazione europea per nascita e che deve avere gli Stati Uniti d’Europa come proprio orizzonte.

I Giovani Democratici saranno, come sempre, in testa a questa battaglia “non per riordinare il mondo, non per rifarlo, ma per amarlo”.

 

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