No al bonus per gli insegnanti? Il nostro non è immobilismo

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Le commissioni  e i candidati pronti per la prova scritta per il concorso più grande della scuola italiana all'istituto Galilei  a Roma, 28 aprile 2016.
ANSA/Alice Fumis

Non accettiamo una mancia che divide la categoria, Per parlare di merito, si ascoltino realmente i docenti

Ho letto l’articolo di Camilla Sgambato sugli insegnanti che sbagliano a non accettare il cosiddetto bonus per merito e mi sento in dovere di scriverle, perché non concordo con le sue affermazioni.

Sono un insegnante di scuola media, in pensione da qualche anno, e ritengo di far parte di quella ampia schiera di docenti che non solo ha sempre compiuto il proprio dovere, ma ha fatto di tutto per tenere a galla una scuola in balia di governi e di ministri, che, al di là di qualche rara avis, non avevano, e non hanno, la più pallida idea di che cosa significhi istruzione pubblica, oppure facevano di tutto per mortificarla, per meschino calcolo politico, perché ne comprendevano benissimo le potenzialità.

Io non conosco l’on. Sgambato, ma mi sembra di capire che lei non abbia mai fatto parte del mondo scolastico, perché altrimenti non avrebbe scritto che gli insegnanti “temono difficoltà organizzative, assunzione di più onerose responsabilità e, quindi, si preferisce rimanere fermi, immobili”. Si tratta di una affermazione fuori dal mondo, perché se la nostra scuola negli ultimi decenni non è naufragata, lo si deve a centinaia di migliaia di maestre e maestri, di professoresse e di professori che, nonostante stipendi ridicoli, si sono assunti quelle responsabilità che tanti politici hanno rispedito al mittente, hanno ideato schemi organizzativi per il buon funzionamento didattico ed hanno introdotto tutte quelle novità che, a parole, dall’esterno molti auspicavano.

Tanto per fare un esempio, i computer nella scuola li hanno introdotti gli insegnanti, spesso con i loro soldi o con i contributi di amministrazioni locali lungimiranti. Gli impegni con gli alunni definiti, impropriamente, problematici, oppure con gli alunni disabili, se li sono assunti gli insegnanti, mentre dai vari ministri che si sono succeduti si facevano orecchie da mercante di fronte alle nostre sollecitazioni. L’uso dei quotidiani in classe, tanto per fare un altro esempio, è partito dagli insegnanti e per molto tempo dalle loro tasche.

Quindi, la prego, non parli di immobilismo o di paura di cambiamento, perché sono termini che non appartengono alla nostra categoria. Se oggi tanti insegnanti contestano il bonus non è per la volontà di fare i bastian contrari, ma perché, così come è concepito, risulta essere soltanto una mancia proposta per dividere la categoria, non per migliorarla. Vogliamo veramente parlare di merito a scuola? Ebbene, si ascoltino realmente i docenti, si smetta con i consigli via Twitter, si imposti il problema istruzione nella sua complessità: dai programmi, ai contratti, agli edifici scolastici (perché nessuno parla delle classi pollaio? Le pare si possa fare didattica con trenta e passa alunni?), alle novità tecnologiche, eccetera, eccetera. Vedrà che, se affronterete una vera discussione, gli insegnanti non faranno mancare il loro contributo e, a quel punto, anche il bonus avrà un senso.

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