Nessuno tocchi Ali al-Nimr

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Ali al-Nimr si prepara a morire. Sarà decapitato e il suo corpo crocefisso in una pubblica piazza fino all’avvenuta putrefazione. Era nella lista dei 52 condannati a morte stilata nel novembre scorso. Quarantasette sono stati giustiziati ieri. Per i restanti cinque è solo questione di tempo. Forse di pochi giorni

Ali al Nimr, il giovane sciita condannato a morte in Arabia Saudita la cui foto ha campeggiato per settimane sulla nostra prima pagina e per il quale la comunità internazionale si è mobilitata negli ultimi mesi non compare nella lista dei 47 giustiziati ieri e tra i quali compare suo zio, lo Sheikh Nimr al-Nimr.

La storia di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, per i nostri lettori, è nota: è un ragazzo poco più che ventenne, nato e cresciuto in Arabia Saudita, in prigione dal febbraio 2012. A maggio del 2014 una corte dell’Arabia Saudita lo ha condannato a morte per crocifissione.

Al-Nimr è stato accusato di vari reati, tra cui la sommossa e l’incitamento alla rivoluzione contro il re dell’Arabia Saudita durante le primavere arabe. Quelle primavere che hanno spinto una gioiosa rottura delle censure che gravavano (e che ancora gravano) sulla cura di sé, sulla libertà d’espressione e sul modo di vivere le relazioni sociali. Gli appelli internazionali per la liberazione di Ali sono tantissimi da parte di capi di stato, governi, associazioni.

In Italia è stata lanciata una petizione che ha raccolto centinaia di migliaia firme. L’Unità quest’estate ha lanciato la campagna “Nessuno tocchi Ali al-Nimr”, mettendo la foto del giovane ogni giorno sulla prima pagina e invitando i lettori a scrivere all’Ambasciatore del Regno dell’Arabia Saudita in Italia (Via G.B. Pergolesi, 9 – 00198 Roma, Fax +39.06.85.51.781) per protestare contro la decisione del governo di Riad e chiedere un ripensamento. Lo stesso presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, in un recente viaggio in Arabia Saudita, ha perorato la causa di una atto di clemenza. Appelli, raccolta di firme, pressioni internazionali che però finora non hanno sortito effetto.

Formalmente Ali al-Nimr è accusato di «partecipazione a manifestazioni antigovernative», attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. Come denuncia Amnesty International la condanna sarebbe stata emessa sulla base di una confessione estorta con torture e maltrattamenti. Sono passati oltre tre anni da quando è stato chiuso in carcere. Tre anni ad aspettare ripensamento delle autorità di Riad. O tre anni ad aspettare che la sua condanna venga eseguita. La notizia di ieri dell’esecuzione dello zio Sheik Nimr al Nimr non fa ben sperare. Ma non si può accettare senza far niente che il boia ancora una volta metta fine a una vita umana.

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