Nell’inferno di Katsika tra ratti, freddo e tende sventrate

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Il racconto di un volontario nel campo profughi in Grecia. Autorità e militari si rimbalzano la responsabilità della gestione del luogo

I l campo profughi di Katsika, vicino a Ioannina, è considerato da molti il peggiore della Grecia: quello in cui mancano più infrastrutture, quello con condizioni igieniche disastrose, quello al quale non bisogna essere assegnati. Senza le tende sarebbe una semplice pietraia, abitata da ratti e serpenti, recintata da fil di ferro. È uno dei campi “provvisori” più grandi: in teoria potrebbe ospitare 1500 persone, ma gli utenti sono meno di mille perché tutte le volte che un pullman di profughi viene portato a Katsika questi – consci della situazione – si rifiutano di scendere. Ne nasce un braccio di ferro che può durare anche 48 ore, alla fine il pullman viene inviato a un altro campo.

Per questo sono molte le tende vuote, o addirittura sventrate, e ciò rompe il marziale ordine che il panorama del campo avrebbe. In effetti, Katsika – che prende il nome dal piccolo paese di Katsikas, alle porte del quale è costruito – è stato messo in piedi un paio di mesi fa nel giro di due settimane sul modello di un accampamento militare, in quella che era una base e un aeroporto dell’esercito greco. I militari e le varie autorità locali si sono rimbalzate la responsabilità della gestione del campo, con l’esito di un enorme vuoto d’autorità che è colmato solo dalle iniziative di buona volontà delle ONG che, nei fatti, amministrano il campo. Sono principalmente due, chiamate addirittura su Facebook dalla municipalità di Katsikas: la spagnola Olvidados e la svedese Lighthouse Relief. Negli ultimi giorni è comparso anche qualche effettivo delle Ong più grandi, come Oxfam e Medici Senza Frontiere, segno che qualcuno si è accorto delle condizioni di Katsika.

La gran parte delle persone che vive nel campo vuole andare in Germania, dove molti di loro hanno già parte della famiglia, qualcuno in Scandinavia. Si sono trovati bloccati dalla chiusura delle frontiere, e ora sono fermi in Grecia, senza un futuro chiaro. In teoria sono tutti richiedenti asilo, o più precisamente in attesa di richiedere asilo. Formalmente hanno diritto di stare qui: l’accordo fra Turchia e Unione Europea non li tocca perché sono tutti arrivati in Europa prima, ed è per questo che Katsika non è un campo di detenzione come quelli presenti sulle isole greche. Nessuno, però, sa quando le loro richieste d’asilo saranno vagliate e le persone sono semplicemente condannate ad aspettare. Qualcuno riesce a raccogliere i soldi per passare la frontiera illegalmente, la maggior parte sta ferma e aspetta.

Nel campo vivono persone che arrivano dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afghanistan. Le comunità sono però ben più polverizzate: ci sono gli arabi siriani e quelli palestinesi, i curdi siriani e quelli iracheni, gli yazidi che parlano il curdo ma non sono curdi, e in generale ogni comunità ha una forte diffidenza, per non dire smaccato razzismo, nei confronti delle altre. Le tende sono divise per gruppi etnici ed è difficile che questi si mescolino nelle varie attività del campo, se non per l’iniziativa diretta dei volontari delle Ong. E anche in questi casi non è sempre possibile rompere i muri: può capitare che un afgano si rifiuti di frequentare la stessa lezione di francese di un palestinese.

Fare il volontario in queste condizioni è molto difficile: innanzitutto per l’evidente ostilità che i militari riservano alle Ong, nonostante il chiaro lavoro di supplenza che queste fanno. La principale ragione è l’accusa di aver sobillato una manifestazione che si è tenuta tre settimane fa: in quell’occasione un gruppo di rifugiati che lamentavano le proprie condizioni disastrose – molti dormono su tappeti appoggiati direttamente sulle pietre, nessuno ha acqua calda, i bagni sono invivibili – ha occupato l’autostrada che passa nei pressi del campo. I rifugiati sono stati arrestati e rilasciati senza accuse, ma da quel giorno le ONG hanno perso gli alloggi che gli erano garantiti dalla municipalità, e ogni volontario deve registrarsi ed essere schedato all’entrata del campo dalla polizia.

Inoltre si ha un confronto quotidiano con l’emergenza: non soltanto perché cercare di prestare un buon servizio a queste persone contempla mansioni come pulire i gabinetti o portare scatoloni per ore sotto il sole, ma perché è psicologicamente probante avere a che fare con le storie degli esseri umani che vivono qui e immaginarsi come le affrontino le stesse persone che le hanno vissute. Anche nelle attività che dovrebbero essere più appaganti – e lo sono – come gestire una classe di disegno, capita di doversi rapportare a bambini che disegnano case bombardate, gommoni, elicotteri che li salvano: sono situazioni molto delicate, e non è facile scegliere il comportamento da adottare.

Ci sono ragioni più intime per le quali è difficilissimo lavorare a Katsika: prima di tutto perché è molto facile cedere al narcisismo. C’è un evidente squilibrio di potere e di bisogni: gli utenti del campo hanno bisogno di tutto, e tu sei la persona che può procurarlo. In queste circostanze è sempre fondamentale ricordarsi dell’importanza dell’equità, del non fare favoritismi, che dare un paio di pantaloni in più a una persona che ti sta simpatica vuol dire toglierlo a un’altra. Essere equi significa dire tanti “no”. C’è poi un sinuoso disagio, non agevole da descrivere, nel rapportarsi alle persone più disponibili, gentili ed educate nonostante le cose che hanno patito prima di arrivare a Katsika e ora che sono bloccati qui. È come se, ascoltando le storie che queste persone raccontano, ci fosse un “troppo” che rende gli altri, quelli più arrabbiati, anche più umani; è un’umanità che in parte estingue il disagio del vivere in ogni istante la sproporzione di potere fra l’essere un profugo e l’essere un volontario. L’ascesi, la tranquillità o la rassegnazione di chi non si lamenta della propria condizione è talvolta spiazzante. Del resto, molte delle persone più arrabbiate non si rendono conto della differenza fra i volontari e le istituzioni. Pochi hanno nozioni di cosa sia successo in Europa, al di là della chiusura delle frontiere, ed è comunque difficile passare il messaggio che le persone che lavorano qui siano degli alleati. Del resto, in piccola misura ciascuno di noi ha un’indiretta responsabilità nei confronti delle scelte del proprio governo.

Ma la cosa più difficile di tutte è dover rispondere «non lo so» tutte le, tantissime, volte che qualche profugo ci chiede cosa sarà del proprio futuro. Qualunque difficoltà provata da noi volontari è soltanto il riflesso del gestire l’emergenza quotidiana di persone che fuggono da una guerra e, dopo averne passate tante, si trovano una nuova frontiera davanti.

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