Nella sfida tra moderno e post-moderno bisogna rimettere al centro l’uomo

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epa05577172 Workers put the finishing touches on the debate stage where Republican presidential nominee Donald Trump and Democratic presidential nominee Hillary Clinton will spar at their second presidential debate at Washington University in Saint Louis, Missouri, USA, 08 October 2016. The two candidate will square off one final time at a debate scheduled for 19 October in Las Vegas, Nevada.  EPA/JIM LO SCALZO

A guidare le nostre scelte non può esserci né solo la paura, né soltanto la ragione dell’analista, ma il coinvolgimento empatico con la politica, la passione e la storia personale di ciascuno che si fa collettiva

Si può vivere in un’epoca caratterizzata da un eccesso informativo e allo stesso tempo da relativismo conoscitivo? Possiamo conoscere dettagli anche non necessari degli ambiti più disparati, ma mettere in dubbio teorie e nozioni ritenute ormai assodate? Chi ama le classificazioni, può dire che tutto questo è possibile alla luce del paradigma post-moderno. Nel tempo post fattuale in cui ogni cosa è messa in dubbio e si preferisce credere al vicino di casa piuttosto che allo scienziato in tv, c’è chi ancora si ostina ad aggrapparsi ai dati, al prodotto di studi e ricerche, come a u n’ancora di salvezza in un mare tumultuoso dove echi di complotti e paranoiche ritrattazioni soffiano con violenza.

Secondo una stima scritta nell’articolo di npr.org “Do fact checks matter?” in Usa nel 2015 c’erano 29 brand di fact-checking, di cui 24 creati dopo il 2010. Esiste quindi una richiesta di verità fattuali. Eppure bufale e bugie sembrano ancora prevalere. Accade anche in politica, nonostante si sappia che le dichiarazioni pubbliche sono passate sotto la lente dell’inesorabile verifica. Barton Swaim, dalle colonne del Washington Post, nel commentare il primo dibattito presidenziale in Usa, paragona- sulla base del diverso uso della verità- il match Clinton- Trump a quello tra moderno e postmoderno.

La candidata democratica, consapevole della sua riconoscibilità, evita di dire cose false. Trump, invece, risulta postmoderno nel ribaltare la sua, per dimostrare la sua distanza da quello che afferma la maggior parte dei politici e dei giornalisti. Sembra quasi che per lui la verità oggettiva non esista, se non in base alla sua visione del mondo.

Eppure la verità oggettiva tuttavia esiste, non a caso viene ricercata e riproposta proprio durante i confronti politici e in generale durante le campagne elettorali. C’è però da chiedersi se alle persone questa attività costante di accertamento interessi e se li aiuti a formare o cambiare opinione. La frammentazione delle informazioni, la polarizzazione politica e la tendenza a confermare valutazioni preesistenti, sono tutti fattori che giocano contro.

In un articolo del New York Times, “The Age of Post-Truth Politics”, William Davies scrive che nel corso del ’900 i governi si sono avvalsi sempre più spesso di scienze statistiche ed economiche sapientemente usate dagli addetti ai lavori, per essere aiutati nella scelta delle politiche pubbliche. Però la situazione è cambiata: «Siamo nel mezzo di una transizione da una società di fatti ad una società di dati, abbonda la confusione che circonda l’esatto stato della conoscenza e dei numeri nella vita pubblica, esasperando il senso che la verità stessa sia in una fase di abbandono». Il motivo viene poi spiegato, mentre i fatti sono inconfutabili, i dati indicano il “sentiment”, la tendenza.

Come può quindi nascere un consenso sulle soluzioni ai problemi relativi alle questioni sociali, economiche e ambientali, se i dati sono soltanto degli indicatori e non affermazioni concernenti la realtà? Si torna quindi al paradosso iniziale, ovvero quello di un’età in cui la conoscenza circostanziata cresce in misura direttamente proporzionale al culto della diffidenza e della malafede. Una via d’uscita c’è e passa nel mettere nuovamente al centro l’uomo. Nessuno sceglie solo in base a dati o interpretazioni, ma anche in base all’empatia, ai valori e alla passione, tutti fattori che nessun algoritmo e nessuna metodologia statistica possono estrapolare.

A guidare le nostre scelte non può esserci né solo la paura, né soltanto la ragione dell’analista, ma il coinvolgimento empatico con la politica, la passione e la storia personale di ciascuno che si fa collettiva. Il cittadino non è solo l’uomo che aspetta di vedere il personaggio pubblico cadere in contraddizione per confermare i suoi sospetti o verosimilmente, quello che verifica mille fonti per capire di chi fidarsi. No, egli è innanzitutto un agente attivo, non solo spettatore o controllore, che presta ascolto alle proposte che lo rimettano al centro della storia.

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