Nella mia città, nel mio partito

Politica
pd Roma

Una volta domandai a Nenni: “A proposito della politica, cosa c’è dietro l’angolo?” mi rispose: “L’ha detto lei, c’è la politica. Se non la guasteremo, tutti, ciascuno persino nella propria casa”

La mia città di adozione, Rimini, con una punta di orgoglio popolare è sì un fenomeno soggetto alla relatività imposta dalle proporzioni – è chiamata “la capitale del divertimento” – ma oggi ha un primato davvero straordinario: quello di aver aggiunto alle sue singolari vocazioni naturali una nuova lettura della politica.

Il suo giovane sindaco, Andrea Gnassi, grazie a una clamorosa vittoria al primo turno, governerà una città a suo modo metropolitana che da mezzo secolo metteva in testa a tutto la “stagione”, cioè la vitale metafora estiva – alberghiera, salutare, accogliente – riferita ai due mesi del “pienone” e ad altri due, giugno e settembre, ma stentati, di riserva; finché, trasformata da una serie di insediamenti dettati dai tempi nuovi, darà vita a inedite energie scoprendo, per dir così, la sua nuova “ragione sociale” inventando, per esempio, una dimensione fieristica di rilievo europeo; infine affrontando i nuovi, ardui scenari della politica. Lo dico perché Rimini, grata alla storia delle sue invenzioni, è oggi simbolicamente al centro di una questione nata dal crescente bisogno di concepire una contemporaneità responsabile, concreta e ideale da imprimere in un cambiamento pressoché epocale.

Dedico un po’ alla brava queste righe a una realtà colma d’ignobilità civili, in bilico tra le nostre endemiche magagne e una crisi mondiale tuttora non risolta; ignorando o smentendo gli sforzi in atto per sollevare – con una sequela di provvedimenti, a cominciare dalle riforme – un’Italia divenuta soggetto politico in grado, per esempio, di indurre l’Europa a superare renitenze, compromessi, minacciose incertezze, vedi la Gran Bretagna, e prendere decisioni accreditate dal nostro non aver eluso, in solitudine, il dovere morale, etico, politico di soccorrere una umanità disperata. Ricordo quando si cominciò a percepire un dramma, addirittura epico, con il quale doversi misurare attraverso una politica che stava inoltrandosi in un generale ripensamento di criteri e sistemi capaci d’interpretare debolezze, necessità e speranze; tre aspetti di un cambiamento che esigeva un progetto strutturalmente, e profondamente, riformatore. E ciò mentre ci si liberava dei lasciti ideologici e occorreva che in ogni Paese dell’Unione i poteri delle maggioranze agissero favorendo processi chiarificatori di una politica consapevole e responsabile col concorso delle minoranze, per affrontare in una circostanza di così grave complessità il massimo spirito unitario.

Sarebbe stato insomma un buon auspicio se una parte della minoranza non avesse perseguito l’atteggiamento, non irrilevante, di una pregressa e pregiudiziale opposizione introducendo nel primo partito italiano, leader del centrosinistra, un formalismo non da poco intestandosi una distinzione non solo linguistica, ma coerentemente anche dialettica, tra appartenenze e militanze, libertà e regole, ruoli e responsabilità. Prassi della politica? Un esempio: Bersani e Cuperlo, mi scuso per l’incompletezza della citazione, agguerriti, ma in casa, per vivere nel partito le loro distinzioni; una prova di cui doversi compiacere in quanto tesa a dialettizzare i contrasti senza trasformare il dissenso in una surrettizia e sempre più esplicita separazione; suscitando – nel rapporto del partito con l’opinione pubblica, ma soprattutto con il proprio popolo – per un verso un’atmosfera di incertezza, di confusione e di precarietà, per l’altro un’idea di rotture e abbandoni in una fase di delicate trasformazioni.

Sarebbe facile evocare, a sinistra, il famoso monito: Storia docet; ma oggi si tratta di una riflessione che investe scenari assediati da perduranti problemi dell’economia e della finanza, dei migranti, delle guerre in atto o da aggiornare, del terrorismo, di u n’Europa attardata dalle contraddizioni di natura non solo economica e politica, ma anche storica, etica, e semplicemente umana; vale a dire questioni sociali, culturali, etniche, religiose, militari, e dei diritti civili, che sommandosi richiedono una volontà comune e un pluralismo non più sfigurato da subdoli politicismi, cioè ridotto alla somma, risaputa, di tante faziosità.

Si tratta di esperienze, progetti, culture, infine costumi, che una politica resa più fragile dall’identità itinerante dei partiti stenta a ordinare anche in rapporto alla disinvolta risorsa degli accorpamenti occasionali, che non giovano alla trasparenza né sempre a naturali, duttili concordanze. Un esempio di contraddizione, e un allarme in nome del sacrosanto diritto alla diversità, è l’accusa rivolta a Giorgio Napolitano – più o meno esplicita, e comunque temeraria – di aspirare o addirittura favorire la continuità del suo mandato, dopo che nell’aula di Montecitorio i parlamentari delle due Camere gli avevano ribadito, solennemente, consenso e gratitudine per aver accolto il sacrificio della riconferma; e Napolitano, ricorderete, aveva pronunciato quel memorabile discorso – colmo di fatti, eventi e circostanze – con una fermezza etico-politica che documenterà anche il responsabile civismo espresso, allora, dall’interminabile applauso del Parlamento”È all’altezza di un nuovo cambiamento storico che devono essere valutate le opportunità […] non però, sotto sotto, con il rimpianto per il lasco andare del vecchio regime”, scriverà Michele Salvati. E sarà il presidente Mattarella a chiedere con risolutezza di “trovare il senso di vivere insieme le difficoltà del Paese con politiche condivise e comuni interessi”.

Si dirà che viviamo all’ombra del dubbio – un bene dell’intelletto, e non di rado un malessere dello spirito – nell’idea che la verità non possa più difendersi da sé, con le sue forze; né prima né dopo i disincanti, le divisioni, gli abbandoni. In memoria di Pietro Ingrao, e della sua raccolta poetica Il dubbio dei vincitori, il filosofo Mario Tronti disse: «Può dubitare, e ne ha il diritto, chi crede in qualcosa; chi ha, chiamiamola con il suo nome, una fede. Viviamo in un tempo nel quale per essere moderni, o peggio post-moderni, non bisogna credere più a niente. Pietro Ingrao, che ripeteva “non sarei sincero se dicessi che mi avete convinto”, non ha mai ripudiato la sua scelta di vita, ma penso che non negasse il valore del dubbio dopo averlo citato anche nel titolo della sua silloge poetica»; e qui Tronti aggiunge che, nel bilancio finale della sua fede politica, Ingrao scriverà questo verso: Leva in alto la sconfitta. Il filosofo-senatore, venne circondato da grande stima anche per un invito di straordinaria saggezza: “Dai un pensiero alto alla sconfitta e non farti abbassare da essa. Cammina sui vecchi sentieri senza lasciarti sfuggire nulla di ciò che è nuovo!” In un teatro romano, nelle more di una tribuna elettorale autogestita, domandai a Nenni: “A proposito della politica, cosa c’è dietro l’angolo?”. Al quesito, che circola ancora oggi, rispose: “L’ha detto lei, c’è la politica. Se non la guasteremo, tutti, ciascuno persino nella propria casa”. È vero, la politica è ciò che tende a non fare di noi i testimoni occulti di necessarie, ardue prove, ma anche di ritrovate intese su ciò che aggiunge la diversità. Come in natura.

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