Nella caccia all’arte si cerca ciò che si trova

Arte
Vittorio Sgarbi nella Casa Carraro Bosco Parrasio durante la presentazione della mostra Tiziano, Lotto, Artemisia: le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, Roma, 4 dicembre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Osimo, nelle Marche, espone da oggi sculture e quadri della collezione Sgarbi. Il critico racconta com’è nata e come appaga questa passione

“Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi” è la mostra che, da oggi al 30 ottobre a Palazzo Campana a Osimo (Ancona), svela una buona parte collezione Cavallini Sgarbi creata dal critico d’arte e dali genitori con, in primo luogo, la madre Rina Cavallini. Curata da Pietro Di Natale, promossa dalla Regione Marche, dal Comune, dalla Fondazione Don Carlo Grillantini e dall’Istituto Campana, l’esposizione raccoglie dipinti e sculture dal ‘200 ai nostri tempi: di seguito il testo in catalogo del criticocollezionista.

 

La storia di una collezione è storia di occasioni, d’incontri, di scoperte; s’incrocia con curiosità, ricerche, studi. Si manifesta come un’avventura, una battuta di caccia, una forma di gioco, anche d’azzardo. E poi una sfida, un corteggiamento, una conquista. Non era nella mia indole, se non nella fattispecie più corrispondente ai mezzi e alle esigenze di uno studioso, come collezionista, o meglio, come raccoglitore di libri. La passione la ereditai da mio padre che aveva iniziato da professionista borghese negli anni cinquanta, con la modesta ma grandiosa raccolta dei classici della Biblioteca Universale Rizzoli. Ricordo quei piccoli libri color panna crescere negli scaffali di mese in mese, verso i grandi numeri (più di 1500 titoli). E poi, di anno in anno, altri libri di scrittori contemporanei, in coincidenza con i premi letterari.Tra i primi Il figlio del farmacista (per facile identificazione) di Mario Tobino. Eravamo nel 1961. Poi il Male oscuro di Giuseppe Berto (1963). E poi nella prigione del collegio, i poeti: Baudelaire, Apollinaire, Jimenez, Lorca, Cardarelli, Ungaretti, Machado, Montale, Saba, Cendrars,Whitman, Mallarmé, Rimbaud,Verlaine, Borges, Bergamin. Letteratura, educazione sentimentale, modelli di vita. E poi filosofi, Croce, Gramsci, Sartre, Camus. E grandi romanzi: La Certosa di Parma, Moll Flanders, Il giovane Holden, I Malavoglia, Il Gattopardo. Il desiderio di leggere tutto, la letteratura come vita, la beat generation, Kenneth Patchen, Jack Kerouac, ma anche Céline, Henry Miller, Malaparte. E ancora Emily Dickinson, Leopardi, D’Annunzio.

L’incontro con Arcangeli
Soltanto agli inizi degli anni settanta, incontrando all’università Francesco Arcangeli, il più antico allievo di Roberto Longhi, i miei interessi prevalenti volgono dalla letteratura all’arte, con conseguente nuovo orientamento della biblioteca, quando ancora era possibile dominare il mondo dell’editoria, essendo aggiornati su tutte le nuove uscite, saggi e cataloghi di mostre, degli editori di settore. Il desiderio di possedere tutto in un genere limitato. Mi sembrò allora possibile. E alcune importanti aste, nella seconda metà degli anni settanta (in particolare l’asta dell’antiquario Ucci Ferruzzi a Venezia) mi consentirono di colmare molte lacune di reference books pubblicati nella prima metà del secolo, come la grande monografia del Kristeller su Mantegna o l’Andrea Riccio del Planiscig.Testi fondamentali, libri mitici, rari e di difficile reperimento, la cui ricerca determinò aste specialistiche o vendite su catalogo. Di lì, e dalla frequentazione di librerie antiquarie, iniziò la mia passione più fondatamente collezionistica per la rarità di fonti dell’arte e storie locali, a partire dal Cinquecento. Dal rarissimo De sculptura di Pomponio Gaurico del 1503, al ponderoso, con atlante (cioè illustrazioni), L’arte a Città di Castello di Giovanni Magherini Graziani del 1898. Libri rari e preziosi, con legature più o meno originali, barbe e pagine rifilate, in un delirio collezionistico e un desiderio di completezza, insieme alle numerose pubblicazioni molto illustrate di un fervido presente, registrati puntigliosamente da Julius von Schlosser, nella sua Letteratura artistica. Sono arrivato, in meravigliose cacce, con soddisfazioni immense, a raccogliere 2800 titoli dei 3500 indicati dallo Schlosser. Circa otto anni di ricerca, con soddisfazioni e sorprese, tra il 1976 e il 1983. Più compiaciuto che euforico, ma sempre razionale, anche nell’aspirazione alla completezza in ragione della rarità, più che della unicità, dei libri cercati. Poi, esattamente trent’anni fa, l’illuminazione e la decisione, dopo avere studiato la psicologia di un collezionista-maestro perfetto, diviso tra libri, sculture e quadri: Mario Lanfranchi. Il primo dei tanti, grandi e piccoli, collezionisti incontrati una volta uscito dal dogma universitario che mi faceva guardare le opere d’arte come beni spiritualmente universali, ma materialmente indisponibili. Riflesso di una visione idealistica. Fino a quell’incontro le opere d’arte mi erano sembrate idea, pensieri, non cose. La stessa cultura artistica di quegli anni tendeva a mitizzare, come mecenati e compagni di strada, i collezionisti di arte contemporanea, spesso associati con le opere e considerati complici ideali e intellettuali degli artisti, sul modello della irraggiungibile Peggy Guggheneim. Ma più tardi sarebbe stato così anche per le collezioni Jesi e Jucker a Milano, o Panza di Biumo, o Gori a Celle di Prato o Berlingeri a San Basilio. In quella concezione, ispirata e sostenuta da Giulio Carlo Argan, e da altri critici militanti, al contrario del collezionista di arte contemporanea, quello di arte antica era poco meno che un ricettatore, un egoista che tratteneva presso di sé beni di tutti. In quegli anni, con casa e collezione poco lontane da quelle di Lanfranchi a Santa Maria del Piano, l’unico collezionista ammirato e rispettato di arte antica, ma anche di arte contemporanea, in una perfetta complementarietà, fu Luigi Magnani, di cui nessuno avrebbe potuto mettere in discussione la finale destinazione pubblica delle opere raccolte, come ora le vediamo nella Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, a Parma, dominata dalla notturna Famiglia di don Luis di Borbone di Goya. Magnani poteva possedere, con pari legittimazione, Carpaccio e Morandi, Filippo Lippi e Manzù, Mazzolino e de Pisis. Impunito. Al punto da risultare il solo collezionista cui, concordi la chiesa e lo stato, fu consentito d’acquistare un capolavoro di Albrecht Dürer, la Madonna con il Bambino, proveniente da un convento di monache di clausura a Bagnacavallo. Temporaneamente difficile da vedere anche presso Magnani, che ne era gelosissimo, sarebbe stato comunque impossibile vederlo dalle suore. Anche il meticoloso e ambizioso Magnani, meno curioso di opere rare di artisti cosiddetti minori, e rassicurato dai nomi da artisti come Filippo Lippi, Tiziano, Tiepolo, Goya, Cezanne, fu una conoscenza importante per farmi rientrare con naturalezza nella tipologia del collezionista, come più tardi il meraviglioso e inesauribile Amedeo Lia. Grandi personaggi perduti.

Il brivido dell’onnipotenza
Ma davanti a me, con la sensazione nuova di un brivido di onnipotenza che era possibile possedere opere d’arte antica, non c’erano collezionisti rigorosi e metodici, e programmati per un destino di gloria che legava il loro a nome a quelle opere, come Magnani e Lia; ma personalità corsare, eccentriche e curiose, al limite del dandismo o del puro divertimento, come Mario Lanfranchi, Luciano Maranzi, o letterati edonisti, ma intellettualmente sofisticatissimi, come Piero Bigongiari e Giovanni Testori e ancora, tra critica e letteratura, Luigi Baldacci e Alessandro Marabottini. Da questi modelli, da questa dimensione del possibile, da questo divertimento della ricerca e della scoperta, deriva il mio collezionismo, confortato dalla ricerca inesauribile di antiquari originali e colti come Ettore Viancini, Fabrizio Apolloni, Mario Bigetti, Pietro Scarpa, Gilberto Algranti, Leo Poletti, Adriano Cera, Nando Peretti,Carlo Virgilio, Copercin & Giuseppin, Bruno Scardeoni, Paolo Ponti, Agostino Vallorani, Danny Katz, Pierfrancesco Savelli, Giovanni Pratesi, Maurizio Balena, Romolo Eusebi, Marco Voena, Andrea Daninos, Peter Glidewell, Diego Gomiero e, più tardi, Tiziana Sassoli e Fabrizio Moretti, tappe necessarie di un viaggio nell’ignoto. Ultimo nel tempo, ma tra i più dotati di intuito e curiosità,Tommaso Ferruda. E tanti anonimi o dimenticati per battute fuggevoli e soddisfacenti. Perché, da quel 1983, io ho capito che quadri e sculture potevano essere più convenienti e divertenti del libro più raro, incrociando, in modo del tutto inaspettato, un capolavoro assoluto come il San Domenico di Niccolò dell’Arca, artista di leggendaria unicità, e arrivando alla conclusione che non avrei più acquistato ciò che era possibile trovare, di cui si poteva presumere l’esistenza, ma soltanto ciò di cui non si conosceva l’esistenza, per sua natura introvabile, anzi incercabile.

Oltre il desiderio
La caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, si cerca quello che si trova.Talvolta molto oltre il desiderio e le aspettative. Da quel momento avrei cercato e voluto soltanto ciò che non c’era. Questo è il divertimento ed è il mistero del collezionismo: l’interesse per ciò che non c’è. Una storia iniziata trent’anni fa: così sarei entrato in un mare grande, in una storia di continui incontri, infinite eccitazioni, seguendo l’impulso di un dongiovannismo collezionistico, di cui è diventato il Leporello, compilando il catalogo, Pietro Di Natale. Nel percorso avrei incrociato nuovi cavalieri, desiderosi di affollare le loro stanzetta, di anime armate, tra horror vacui e cupio dissolvi: Gimmo Etro, Pierluigi Pizzi, Federico Cerruti, Michelangelo Poletti, Roberto Lauro, e Luigi Koelliker, con più frenesia di altri.Ho desiderato molti oggetti, molte sculture e dipinti che non ho avuto; ma molti altri ho avuto senza volerlo e senza cercarli. Mi sono venuti incontro, o mi sono stati favoriti dalla complicità di mia madre, appostata nella casa di Ro a un telefono collegato con tutto il mondo per non mancare un Lotto che, qualche volta, era Lotto stesso, in un’occasione straordinaria e imperdibile. Così, nel corso di più di trent’anni, è nata una collezione idealmente senza confini, aperta a molte curiosità coincidenti con temi di studio sperimentati e altri del tutto nuovi, in una frenesia di ricerca favorita dalla sorprendente imprevedibilità del mercato. Si vedrà qui, dalla scelta per la prima occasione pubblica italiana a Osimo, dopo le tappe spagnole di Burgos e di Caceres e di Città del Messico. Dagli artisti del Rinascimento a quelli barocchi, con una varietà sorprendente e una selezione di qualità molto alta, anche con acquisizioni da musei americani come il Ritratto di Francesco Righetti di Guercino dal Kimbell Art Museum di Forth Worth e la Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino del Sassoferrato dal Cleveland Museum of Art. Al primo si affianca ora l’inedito Ritratto di uomo, forse ancora un giureconsulto, di Luciano Borzone, di sconvolgente immediatezza e realismo, quasi velasqueziano, a dare la misura di una statura del pittore genovese non ancora riconosciuta. Eccezionali anche i due grandi teleri di Pietro Liberi provenienti da palazzo Lovatelli Dal Corno di Ravenna; o la paletta di Giovanni Francesco Guerrieri dal palazzo Gasparini di Mercatello sul Metauro. E ancora il Ritratto del marchese Francesco Orsini dei Cavalieri, vistosamente firmato e datato 1671 sul retro; i sensuali nudi femminili di Artemisia, Cagnacci e Morazzone; la serie degli Stern; la varietà di sculture di ogni epoca, documentate o firmate. Molte delle opere esposte si vedono per la prima volta, altre sono state in mostre in ogni parte del mondo, anche con denominazioni eponime, come i Taccuini Sgarbi di Felice Giani.
Di alcune di queste si sono scoperte, in occasione della mostra, illustri provenienze. Avvistai un dipinto, molti anni fa, ritrovato a Firenze dal raffinato e discreto mercante Peter Glidewell. Nessun problema a identificarne l’autore nel pistoiese Giacinto Gimignani, interprete a Roma di un ritorno all’ordine che voltava definitivamente le spalle alla realtà caravaggesca, nel punto esatto del definitivo esaurimento della straordinaria influenza del grande lombardo, alla fine del quarto decennio. La tradizione del classicismo era rimasta ben viva in Domenichino e Pietro da Cortona, ai quali Gimignani guardava con rigorosa fedeltà, dopo essere arrivato venticinquenne a Roma nel 1630. Due mondi convivono in quegli anni, reale e ideale; e alla fine il secondo prevale. Tant’è che nel classicismo composto e severo di questo dipinto io avvertivo anche l’ammirazione per Poussin, in una rinnovata esaltazione della grandezza di Roma antica, attraverso un’impostazione neorinascimentale nell’ampio spazio lasciato all’architettura. In parallelo alla produzione da altare, Gimignani adornò “con li suoi belli dipinti le migliori gallerie d’Italia” (Pio 1724).Tra questi è da contemplare la notevole opera, ancora inedita, firmata e datata 1639. Essa, di eletto formato, costituisce un prezioso ritrovamento anche perché, grazie alle ricerche di Pietro Di Natale, possiamo identificarla con il “quadro p Sopraporto di grandezza di p.mo 6 1/2” raffigurante “S. Paolo che resuscita Un Morto con altre figure Mano di Giacinto Gimignani”, registrato con il pendant tra i beni mobili del cardinale Antonio Barberini junior, il 9 agosto 1671, sei giorni dopo la sua scomparsa. Il dipinto, ma senza l’indicazione dell’autore, era già presso i Barberini nel 1644, nel palazzo alle Quattro Fontane. Il rapporto tra il Gimignani e Antonio Barberini senior, fratello di Urbano VIII, era iniziato nel 1634, quando il pittore abitava nella sede di Propaganda Fide di cui il cardinale era responsabile. La data 1639 fissa l’esecuzione al tempo in cui Gimignani abitava in via Rasella, brulicante di presenze francesi (tra cui Pierre Mignard, documentato con alcuni connazionali in via della Madonna di Costantinopoli), in prossimità della “reggia” dei Barberini. Il classicissimo Miracolo di san Paolo è un documento notevole della prima maturità del pittore, e ne conferma esemplarmente e programmaticamente la vocazione e la scelta “idealistica”.

La scoperta dell’aquila
Tra le più clamorose scoperte ce n’è una, assai recente, che restituisce la sensazione di un miracolo, come quando, poco dopo la morte di mio zio, Bruno Cavallini, nel 1984 mi apparve il San Domenico di Niccolò dell’Arca. Non diversamente, in corrispondenza con la morte di mia madre, Rina Cavallini, il 3 novembre del 2015, si è materializzata un’altra opera del grandissimo scultore: un’aquila in terracotta modellata con impeto e vigore, proprio come l’aquila di San Giovanni in Monte concepita da Niccolò nel 1478, di cui appare una prima idea. L’acclarata origine bolognese, per la provenienza da una collezione storica, e l’affinità, sia pure con un modellato più abile, con l’aquila sotto il finestrone dell’Alessi a fianco dell’ingresso di palazzo d’Accursio, attribuita tradizionalmente a Michelangelo, lasciano intendere la straordinarietà del ritrovamento. L’inserimento di due aquile sotto la finestra, di evidente diversa fattura, non presuppone che esse siano coeve all’architettura dell’Alessi, in relazione con il vicelegato Girolamo Sauli, cui fa riferimento l’iscrizione, marcando il tempo della collocazione piuttosto che dell’esecuzione. Aprire la mostra con una delle ultime acquisizioni, e di tale rilievo, è il miglior augurio di un grande volo per la fondazione dedicata alle famiglie di mio padre e di mia madre.

Vedi anche

Altri articoli