Nella base Pd troppi “innovatori” di nome ma non di fatto

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Debora Serracchiani (s), Matteo Renzi e Matteo Orfini durante l'Assemblea Nazionale del Partito Democratico, Roma 21 Febbraio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Renzi chiede aiuto ai territori per dare più forza alle riforme del governo. Ma finora prevale il disimpegno di chi è pronto solo a ricollocarsi senza cambiare mentalità

Matteo Renzi lo dice senza nascondersi e con la consueta chiarezza di un atteggiamento fermo ma nel contempo umile: “Da solo non ce la faccio”. Sono parole pronunciate nel suo intervento all’Assemblea nazionale del 21 febbraio. Pensando alla necessaria diffusione delle tante riforme realizzate come passaggio chiave per dare solidità e coscienza al cambiamento avviato ma non ancora pienamente percepito nelle periferie della nazione.

L’appello lo rivolge – manco a dirlo – a quei territori dove persiste un immobilismo interessato, attraversato da personaggi sempre pronti a ricollocarsi e sempre uguali nella mentalità. Prodotto di una cultura dove gestione particolare, potere fine a sé stesso e spartizione sono la sintesi più evidente di una politica da vecchia classe dirigente, in grado di rigenerarsi con l’ausilio di qualche giovane utile a ri-sdoganarsi, nel pieno di un sistema dove i figli (con le poche eccezioni del caso) sono la copia esatta dei propri padri.

Andare in ogni casa, strada per strada, parlare con ogni persona in ogni comune, sono i passaggi necessari a far comprendere la portata di un cambiamento dai caratteri epocali. Assimilando il valore di riforme attese da decenni e finalmente reali, in cui credere però per primi per poi trasmetterle ad una comunità. Un impegno centrale che per ora ha visto territori e maggiorenti ad essi collegati disimpegnarsi e proseguire nelle logiche “dissociate” di altri tempi. Le stesse che hanno reso necessario il cambiamento in atto, quelle che si riaffermeranno se a valle qualcuno non inizierà ad agire veramente e diversamente.

Ora, occorre capire chi è disposto a farlo veramente. Ben coscienti che non basta dirsi “innovatori” se i comportamenti sono identici a ciò che si dovrebbe superare. E che l’esclusione è un “rischio” fisiologico che comunque dovremo correre, se sul serio si è convinti di cambiare a partire da una comunicazione che è metodo, relazione ma pure sostanza.

Perciò: vogliamo muoverci o limitarci ad una finzione?

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