Nel tempo degli influencer

Comunicazione
Influencer

Le camere dell’eco dei social network non siano unicamente ripetitori di indignazione, ma diventino un luogo di reale discussione. Il rischio sarebbe il default di democrazia

La disaffezione nei confronti della cosa pubblica, la sfiducia verso media e istituzioni, il disorientamento delle persone davanti ai veloci cambiamenti cui assistiamo sembrano lo specchio del nostro tempo. Siamo davvero così? Stiamo realmente perdendo quella tendenza connaturata negli uomini verso la convivenza sociale per convertirci invece ad uno sterile e critico disinteresse? Guardando l’odio che emerge dalla rete, il complottismo elevato a spiegazione preferita degli eventi e le stanze dei social spesso non comunicanti tra loro e ciascuna costruita in maniera partigiana e simbiotica, sembrerebbe proprio di sì.

Eppure tutto questo è un paradosso. Oggi con istruzione e accesso all’informazione alla portata praticamente di tutti almeno in via teorica, ciascuno potrebbe fare decisamente di più. Può pretendere di non accontentarsi di quello che sente o che legge ma di verificarne le fonti, può chiedere spiegazioni, può dialogare in maniera costruttiva abbattendo le distanze frapposte da ruoli e luoghi. Al cittadino realmente partecipe della vita associata, oggi non è infatti richiesto solo di votare e nemmeno, in maniera assai più riduttiva, soltanto di commentare personaggi ed eventi politici sui social media. Al contrario, la tecnologia gli ha offerto ulteriori strumenti per farsi direttamente promotore di istanze specifiche affinché esse vengano valutate ed eventualmente realizzate, passando per gli ingranaggi della democrazia rappresentativa.

Ecco allora che egli non è né mero elettore né semplice militante ma, usando appunto il gergo dei social, si trasforma in influencer di reti sia reali che virtuali. Pochi tuttavia sono consapevoli di quanto possa essere di peso la propria opinione.

Siamo davvero consci del fatto che leggere una semplice condivisione sui social, o un like ad una pagina da parte di un amico possa condizionarci nelle scelte? Ci rendiamo realmente conto che un’opinione espressa in ufficio da un collega, al bar oppure dal vicino di casa può influenzarci al pari di quella dei cosiddetti opinion maker? Se non ci si fida più dei canali tradizionali, si prende come punto di riferimento sempre di più quello che dice l’amico, il collega, il barista preferito o il conoscente più “impegnato”.

Se ci fidiamo sempre di più di chi è vicino nel quotidiano, perché allora non sviluppiamo in prima persona il senso critico, senza limitarsi all’apprendimento di riflesso? Gramsci durante il doloroso periodo della sua prigionia scrisse che non è possibile separare l’homo faber dall’homo sapiens. “Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione esplica una qualche attività intellettuale, è cioè un “filosofo”, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare”.

Ciascuno di noi dà il proprio senso alla realtà che lo circonda quindi, lo comunica e condiziona direttamente o meno gli altri. C’è chi ne è consapevole e ne fa la sua attività prioritaria e chi invece non se ne rende conto. Strumenti, capacità, mezzi sono diversi ed è lapalissiano evidenziarlo ma chi può trasmettere la coscienza di questo ruolo?

Ancora, chi può rendere addirittura orgogliosi di essere promotori di verità, custodi appassionati e partecipi della cosa pubblica? La risposta per me è scontata: è la politica. Ovviamente qualcuno se n’è accorto e già da un po’. Lo scorso 24 agosto l’account di Barack Obama, gestito dallo staff dell’Ofa, lanciava il tweet: “Get important news delivered straight to your inbox — join the @OFA Truth Team”.

L’Organizing For Action è un movimento che gravita intorno al concetto di community, sia reale che virtuale, con l’obiettivo di perseguire il cambiamento. Ne fanno parte 5 milioni di Americani, ovvero di volontari che reclutano altri volontari, non a caso sul loro sito web si legge “at the end of the day, we aren’t the first to fight for progressive change, and we won’t be the last”. Dunque un lavoro di coinvolgimento e pragmatica passione civica declinata in un attivismo evidente e, visti tutti gli strumenti usati, esemplificazione della partecipazione politica del nostro tempo.

Il tutto è condensato in quel verbo: join. Allora perché non smetterla di criticare e al contrario unirsi, rimboccarsi le maniche e capire come fare per contribuire a quel cambiamento tanto bramato? Partendo da ciò che si sa fare e si può fare, dalle piccole cose che poi non sono mai davvero piccole e insignificanti. Basti pensare ai tanti aiuti arrivati e che continuano ad arrivare alle popolazioni colpite dal tremendo terremoto di pochi giorni fa, che hanno permesso di raggiungere una cifra davvero considerevole. In quel caso è emersa la solidarietà, perché era ciò che si richiedeva viste le circostanze. In generale, è fondamentale sentirsi parte di una comunità, collaborare, realizzare cose insieme agli altri nel mondo reale e usare la rete per evidenziarlo con la nemmeno tanto velata ambizione di creare un effetto emulativo, perché in fondo siamo tutti influencer.

Destare questa consapevolezza è già politica, così come lo è quello che richiede un impegno nel promuovere una partecipazione attiva e stimolante in rete. Tra le tante pretese da avanzare alla politica queste sono ineludibili. I partiti, o almeno quelli che credono nelle organizzazioni come forme di partecipazione politica, hanno il dovere di ripensare se stessi rispetto alla costruzione del dibattito pubblico in rete. Se la comunicazione è politica, non possiamo permetterci che le camere dell’eco dei social network siano unicamente ripetitori di indignazione funzionali alla pars destruens del dibattito pubblico. Al contrario devono diventare un luogo di reale discussione. Il rischio sarebbe il default di democrazia.

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