Negli agriturismi in Toscana non chiedere il baccalà

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La promozione della cucina locale è ottima cosa, ma imporla per legge è solo una deriva ideologica di burocrati, che si credono onnipotenti

La Regione Toscana ha legiferato su che cosa si può mangiare negli agriturismi. Possono essere serviti e consumati solo prodotti toscani. Legge utile, perché è noto che chi si reca in vacanza in Toscana, soprattutto in un agriturismo, pretende di mangiare sushi, pasta con i pizzoccheri, risotto alla milanese, pasta con le sarde, bagnacaud e kebab. Quindi la Regione, che tutto vede e a tutto provvede, ha ben pensato di stabilirlo per legge. Perché fidarsi dei gusti alimentari dei turisti e dell’ottima qualità della cucina toscana non era sufficiente. Metti che un ragazzino una sera avesse chiesto una aranciata Ma sei matto? Beviti un bicchiere di sangiovese.

Naturalmente la legge è del tutto inutile, probabilmente anche illegittima per l’evidente intento protezionistico. Ma qualcuno è in grado di spiegarmi la differenza organolettica fra un agnello allevato nella Maremma toscana da quello allevato nella Maremma laziale o in Abruzzo? Fra un pomodoro cresciuto a Pisa e uno cresciuto a Amalfi? In compenso ne sono derivate complicazioni burocratiche di ogni genere, carte su carte, ispezioni per controllare cosa nascondono nelle loro dispense questi signori, che potrebbero infrangere la legge, vendendo grappa friulana.

La promozione della cucina locale è ottima cosa, ma imporla per legge è solo una deriva ideologica di burocrati, che si credono onnipotenti. Poi ci sono i paradossi. Il baccalà, un cibo povero e popolare presente nella tradizione culinaria toscana , addirittura oggetto di sagre ad esso dedicate e famoso cucinato “alla livornese” non potrebbe più essere consumato, a meno di non convincere i merluzzi a trasferirsi nel Tirreno. Magari con una legge apposita. Ma il senso del ridicolo non sfiora mai questi signori?

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