Né la destra né i grillini faranno barricate per il No. Ecco perché

Referendum
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Singolare l’idea di Bersani che vuole Renzi a palazzo Chigi anche se sconfitto

In un bel dibattito organizzato a Unità.tv sui problemi della destra italiana, Flavia Perina, parlando dell’atteggiamento della destra sul referendum di ottobre, ha usato una frase efficace, quasi uno slogan: “Lotta normale senza farsi male”. Definizione perfetta.

Una “lotta normale” è quella che non si può non fare se in gioco è addirittura il governo contro il quale ti batti. Il minimo sindacale, insomma, o poco più: qualch teatro, qualche volantinaggio, molte dichiarazioni e molte vene ingrossate nei talk: ma in definitiva non sarà, quella della destra, una mobilitazioni con Mediaset a sparare 24 ore su 24, navi berlusconiane e cortei post-missini.

Silvio Berlusconi per primo non sembra eccitarsi troppo – anche perché il testo della riforma Boschi l’aveva votato anche lui – soprattutto perché ad interrompere la legislatura e aprire una fase politica al buio non ha granché interesse.

La prenderà in mano Matteo Salvini, la bandiera del No? Ma il leader della Lega ha in mente altro – immigrati, euro, pensioni, munizioni buone per le elezioni politiche: l’appuntamento vero è quello, e non è ancora pronto, visto che mezza Italia, da Roma in giù, continua a ignorarlo bellamente e metà elettorato di destra non lo riconosce come leader.

Ma c’è un punto sul quale oggi a Bergamo Renzi ha insistito, quello dell’ingovernabilità ove passasse il No. Non si tratta solo di un problema di sistema (anche se è questo l’aspetto più importante), cioè del fatto che senza riforma e Italicum – le due cose sono strettamente connesse – ri-avremmo un sistema di “obbligato compromesso” fra forze diverse e dunque permanentemente esposto al rischio di non governo – quando Renzi parla di “inciucio” vuole dire questo.

Soprattutto è bene chiarire ancora una volta che se vince il No il governo va a casa, per la semplice ragione che in quel caso il popolo avrebbe bocciato la legge più importante proposta e approvata dopo infinite discussioni e 6 letture parlamentari dal governo stesso e alla quale Renzi ha legato la vita del suo esecutivo a partire dal discorso di fiducia del febbraio 2014. Le dimissioni del governo non sono dunque un ricatto ma una automatica conseguenza che il premier rivendica come esempio di “serietà”.

Ed è assai singolare che Pier Luigi Bersani ora teorizzi che il governo dovrebbe restare in sella anche in caso di sconfitta: oltre tutto, è una idea abbastanza pericolosa e, come dire, “anti-nazionale”, giacché non è in nessun modo auspicabile avere a palazzo Chigi un premier gravemente indebolito come sarebbe Renzi in caso di sconfitta del Sì.

E infine, nemmeno il Movimento 5 Stelle prenderà la testa del No. Non è la sua battaglia: per il buon motivo che la riforma, pur con tutti rilievi che le si possono muovere, prevede la riduzione del numero dei parlamentai, il risparmio, l’abolizione di strutture obsolete come il Cnel, la semplificazione legislativa. Tutte suggestioni, magari declinate tecnicamente in altro modo, che però hanno fatto parte del bagaglio “buono” del “primo” Movimento, istanze che loro non sono riusciti a portare avanti, lasciando – come fu anche per l’abolizione del finanziamento pubblico – tutto il campo al Pd. Ecco perché non ce li vediamo, i grillini, a dar vita a giganteschi comitati per il No. Anche loro, come la Lega, preferiscono giocare tutto sul tavolo verde delle elezioni politiche.

A dar battaglia restano certamente le formazioni di sinistra radicale, intellettuali, giornalisti e giuristi di vaglia, magistrati politicizzati, sindacalisti di prima fila, associazioni varie – fra le quali non sappiamo se vada ancora annoverata la gloriosa Anpi, viste le tante dissociazioni dalla “linea ufficiale” – conduttori televisivi, attori e musicisti: non poco e tutto rispettabilissimo e assolutamente vitale per la qualità della nostra democrazia.

E però, in questo Paese, mai si vinse un referendum senza che vi fosse la mobilitazione seria di uno o più partiti. Per il Sì c’è il Pd. Per il No, stringi stringi, sembra che ci siano tutti gli altri ma è solo un’illusione ottica.

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