Napoli non merita un Kim Jong-un alle vongole

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De Magistris nel suo comizio usa toni a metà tra il predicatore e il Subcomandante Marcos

Il video del comizio di Luigi De Magistris mette i brividi. Fino a qualche anno fa questo signore poteva decidere della nostra vita e della nostra libertà e oggi può tornare a decidere il destino di una delle più belle e antiche città del mondo. La forma – le male parole (“Renzi ca…ti sotto, ti devi ca…re sotto”), il timbro neo-borbonico (“Napoli Capitale avanti, Granducato di Toscana dietro”), il tono a metà tra il predicatore e il Subcomandante Marcos ( “Sciogliete le catene, amatevi”, “Sud Ribelle, Napoli ribelle, Potere al Popolo”) – coincide perfettamente con il contenuto.

Il medium è il messaggio, direbbe Mcluhan. Cercando di andare oltre la sensazione di delirio in cui ti precipita la visione del video, emerge uno storytelling fatto di uno studiatissimo look scapigliato, camicia fuori dai pantaloni e abiti un po’ stropicciati, di immagini semplificate e slogan urlati come strofe di un rap agitando il microfono verso i fan, il cui senso è: io sono il popolo e con il popolo vincerò contro tutto e tutti. Il che vuol dire sfasciare le regole della democrazia rappresentativa, indicata come “l’ordine costituito”, che deve essere sostituito dal “potere del popolo”, con una citazione del Che piazzata trascinando il suddetto popolo nel climax del delirio di onnipotenza.

Tuttavia, inutile nasconderlo, questa narrazione trova terreno fertile in un clima non solo italiano, ma mondiale. Con la storia della sinistra e del riformismo democratico che ispira lo spirito della nostra costituzione tutto ciò non ha nulla a che spartire, rientra piuttosto in quella del populismo che, da Trump a Le Pen, a Grillo tende a raccogliere la rabbia degli scontenti e a scagliarla contro nemici “esterni”: gl’Immigrati, l’Europa, la Casta.

Nella versione napoletana il populismo diventa metropolitano e poggia sulla disperazione e la delusione di un popolo che torna plebe manovrabile e da indirizzare, per evitare che chieda al sindaco cosa abbia fatto per la città in cinque anni di governo, contro il governo che vuole “espropriare” Napoli. Più che al Che, De Magistris assomiglia a un Kim Jong-un alle vongole, sempre circondato da un popolo adorante e in un clima in cui non è ammessa la critica: provate a chiedere ai tanti che l’hanno lasciato dopo l’iniziale  trasporto e ai tanti che sono stati cacciati, alcuni magari per far posto a personaggi chiacchierati del vecchio e vituperato regime che però portano voti.

Del resto l’ideologia è quella dei vecchi marxisti-leninisti: “Non contano le persone, conta la Rivoluzione” Pensiero che immaginiamo coltivasse anche quando faceva il magistrato e infatti la sua rivoluzione giudiziaria, che mai ha avuto la grazia di una sentenza, ha tuttavia mascariato la vita di un certo numero di brave persone. Ovviamente, le leggi che ai nemici si applicano senza sconti e senza pietà, devono essere interpretate quando coinvolgono la

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