Muccino contro Pasolini “ha sgrammaticato e impoverito il cinema italiano”. Ma sarà poi vero?

Cinema
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Su facebook Muccino demolisce Pasolini e lancia una frecciata a Nanni Moretti. Ma siamo sicuri che “sgrammaticare” equivalga a impoverire?

A ridosso del quarantennale di Pasolini, Gabriele Muccino, da Malibù, posta su facebook uno status in cui demolisce il cinema pasoliniano: “Uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava” poi aggiunge che l’intellettuale bolognese aprì le porte alla “dissoluzione dell’eleganza che il cinema italiano aveva costruito, accumulato, elaborato a partire da Rossellini e Vittorio de Sica per arrivare a Fellini, Visconti, Sergio Leone, Petri, Bertolucci e tanti, davvero tanti altri Maestri”. Infine una stoccata a Moretti “Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos’altro, si misero in conflitto (come fece Nanni Moretti) con i Maestri (…)”.

Subito la rete si è scatenata, nella consueta onda di ritorno che monta in seguito a tali scosse telluriche; soprattutto insulti, attacchi personali sia a Muccino che a Pasolini, ma anche risposte più o meno civili e il dubbio riguardo alla natura di un’uscita del genere: sortita coraggiosa per affermare le proprie idee oppure mossa furba per fare auto-propaganda?
In seguito Gabiele Muccino è intervenuto di nuovo, chiosando sul dibattito “Ho criticato il Pasolini regista che ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell’epoca (…)”.

Raccogliendo queste considerazioni, proviamo a sviluppare una riflessione.
Per Muccino Pasolini è un regista amatoriale; termine imparentato con dilettante e contrapposto a professionista: mentre i primi due vocaboli fanno riferimento ad un sentimento, di amore o diletto, la professionalità si definisce tramite un compenso recepito dal professionista, il quale sa come si fanno le cose, e quindi possiede un know how, cioè padroneggia un codice. Questo codice, tecnica o grammatica, è quella custodita dai Maestri ai quali Muccino fa riferimento con tanto di nomi e cognomi. Ed è la grammatica contro la quale vanno Pasolini e Moretti, che infatti, secondo il regista romano, danno vita ad un processo che porta progressivamente a sgrammaticare il cinema.

Partendo da queste basi saremmo portati a fare alcune domande a Gabriele Muccino; non è forse la possibilità di liberarsi da una grammatica stabilita, da un canone, ciò che apre la strada a creare qualcosa di nuovo? Sgrammaticare il linguaggio cinematografico, in questo senso, non equivale a porre le basi per costruirne un altro? I Maestri che vengono citati non sono tali per essersi resi conto di questo meccanismo? Sotto quest’ottica, il dilettante e l’amatore non incarnano meglio del professionista la figura che può portare avanti un discorso artistico?
Tali interrogativi derivano dalla nostra convinzione che la tecnica debba essere messa al servizio dell’arte e non viceversa: quando l’intuizione artistica è forte trova la sua strada definendo anche la tecnica che ne è alle dipendenze, e quindi ridefinendo e ampliando l’aleatorio concetto di tecnica in generale.

 

 

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