Mosul. Quasi gol, ma la partita vera deve ancora iniziare

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TOPSHOT - A picture taken from the top of Mount Zardak, about 25 kilometres east of Mosul, shows Iraqi Kurdish Peshmerga fighters watching smoke billowing in the Iraqi city of Nineveh, during an operation against Islamic State (IS) group jihadists, on October 17, 2016.
Thousands of Iraq's Kurdish peshmerga forces advanced on jihadist-held villages east of Mosul as part of a broad operation to retake the city from the Islamic State group. / AFP PHOTO / SAFIN HAMED

Cosa faranno le milizie sciite irachene del PMF quando entreranno a contatto con le popolazioni sunnite?

Forse ci siamo. L’offensiva dell’esercito iracheno – assistito con vari ruoli dai peshmerga, dalle milizie delle tribu sunnite, da quelle sciite e dalla coalizione internazionale – ha ormai raggiunto la vera periferia di Mosul segnando un passaggio simbolico e sostanziale per la riconquista della città da Daesh.

Perché scomodare allora il “quasi gol” di Nicolò Carosio? Nonostante la notizia incoraggiante è, innanzitutto, ancora presto per celebrare la vittoria. La resistenza che le forze alleate stanno incontrando in queste ultimissime ore è la più decisa vista sino ad ora segno che anche i miliziani Isis, e non solo l’esercito iracheno, stanno affinando le tecniche militari e , soprattutto, che fra il “resa o morte” che gli ha intimato il premier al-Abadi stanno optando per la seconda, per una resistenza a tutti i costi di cui non possiamo prevedere l’impatto umanitario sulle centinaia di migliaia di persone ancora intrappolate nella città.

Il “quasi gol” per Mosul si collega però soprattutto alle incertezze su cosa avverrà subito dopo l’eventuale riconquista e sugli scenari dei prossimi a mesi. Cosa faranno le milizie sciite irachene del PMF quando entreranno a contatto con le popolazioni sunnite?

«Sono esseri umani, animati da spirito di vendetta» ricordava ieri Ali Khadaier del consiglio in esilio della provincia a cui appartiene Mosul . E le centinaia di sunniti uccisi dopo la riconquista di Fallujah non sono certo di buon auspicio. Quale autonomia saprà concedere a curdi e sunniti il debole governo di al-Abadi, sempre più stretto nella morsa dell’ala sciita più radicale guidata dall’ex premier al- Maliki? Che posizione prenderà la Turchia presente militarmente nella regione e che rivendica un ruolo nella definizione dei futuri assetti scontrandosi con l’ostinato rifiuto di Baghadad ? Come reagirà l’America a pochi giorni dal voto se si trovasse – seppur nelle retrovie – ad assistere ad una tragedia umanitaria su larga scala ? Sono solo alcuni dei nodi irrisolti dell’Iraq sunnita – sciita – curdo che si riproporranno, con ancor maggior vigore, dopo l’auspicato e forse imminente successo militare.

In un paese, la storia anche recente ce lo ricorda, dove l’azione militare – seppur spesso incerta – continua ad essere più facile dell’azione politica. Continuiamo a tifare per il “quasi gol” di Mosul ma non dimentichiamoci che la partita vera deve ancora iniziare.

 

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