Così la manovra 2016

Dal giornale
Il vice ministro dell'Economia Enrico Morando in Senato durante l'esame della legge di Stabilita', Roma 19 Dicembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il vice ministro al Tesoro, Morando: “questi tagli aiuteranno la ripresa”

Tra le «forze» fondamentali che influenzano la crescita, il livello di pressione fiscale sui produttori- lavoratori ed imprese-merita certamente un posto d’onore: più alto è il prelievo su questa base imponibile, più basso è il potenziale di crescita.
Per questo, ben 40 dei 45 miliardi di riduzione della pressione fiscale che il governo Renzi ha robustamente avviato già nel 2014 e intende realizzare nell’arco della legislatura, sono destinati ad alleggerire il peso del fisco che grava sui lavoratori e sulle imprese: per restare ai soli interventi strutturali, sono già in vigore gli 80 euro (per 10 miliardi di sgravio, ogni anno), e l’Irap (a partire dal gennaio 2015 e per sempre, fuori il costo del lavoro stabile dalla sua base imponibile). Con la legge di bilancio per il 2017 sarà la volta dell’Ires e di un nuovo intervento sull’Irap, per poi completare l’operazione col ridisegno in riduzione dell’Irpef, nel 2017 per il 2018.

Nel frattempo-ma questa non è una misura strutturale-è in vigore la fiscalizzazione degli oneri contributivi ( 24 euro ogni 100 di monte salario), per tre anni, per i neo assunti 2015. Un intervento, quest’ultimo, che si combina con le nuove regole del Jobs Act e sta favorendo la trasformazione di centinaia di migliaia di contratti di lavoro precari in rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Un combinarsi virtuoso di nuova regolazione e sgravio fiscale che non deve essere interrotto alla fine del 2015, anche se non è sostenibile finanziariamente il mantenimento a regime di un incentivo così forte. Basterà, un così intenso sforzo di alleggerimento fiscale sui produttori, per favorire il ritorno ad una crescita significativa e stabile? Certamente no. Contano anche di più la quantità di capitale umano di elevata qualità e il buon funzionamento delle istituzioni economiche fondamentali (es. giustizia civile). Di qui, l’urgenza assoluta delle riforme: tutte, da quella del sistema politicocostituzionale a quella della Pubblica Amministrazione, dall’attuazione della Buona Scuola fino alle misure per il superamento del contingentamento del credito.

Ma torniamo alla riduzione della pressione fiscale sui produttori: perché essa possa davvero conseguire gli obiettivi che si prefigge, dovrà essere prima di tutto credibile, agli occhi dei lavoratori, degli investitori, degli imprenditori.
Per esserlo effettivamente, l’intera operazione deve avere questaratteristiche, ciascuna in grado elevato.

A- deve essere finanziata in larga parte da tagli di spesa: i governi possono rimangiarsi i tagli di tasse, tornando ad aumentarle. Faticano a fare altrettanto coi tagli di spesa.

b- deve avere carattere pluriennale, ma i suoi esiti finali devono essere chiaramente annunciati fin dall’inizio, e le tappe di avvicinamento all’obiettivo devono essere puntualmente verificabili.

c-deve essere composta di misure facili da comunicare ed ancora più facili da comprendere, per la loro immediatezza.

d-le sole «nuove» entrate che possono essere usate per finanziarla sono quelle derivanti, strutturalmente, da successo nell’azione di contrasto all’evasione fiscale: ogni euro riveniente da questa fonte deve essere usato a questo unico scopo.

Mentre sulla seconda e la terza di queste caratteristiche c’è (credo) vasto consenso, non altrettanto si può dire della prima e della quarta: le riduzioni di spesa, si sostiene, hanno carattere recessivo, tale da più che compensare l’effetto sul Pil della riduzione del prelievo fiscale.
Che nel breve periodo la riduzione della spesa pubblica contragga la domanda e il reddito, è certamente vero. Ma è altrettanto vero da un lato che un punto di pressione fiscale in più sui produttori-lavoro e impresafa scendere il Pil in misura maggiore a uno, mentre non altrettanto si può dire dei tagli di spesa, che non hanno lo stesso effetto di trascinamento verso il basso del Prodotto. Dall’altro, che c’è spesa e spesa: se si procede coi tagli lineari, che la colpiscono tutta in modo uniforme e proporzionale, l’effetto recessivo è certamente più marcato di quanto avvenga se si mette in atto una selettiva revisione della spesa.
Se quest’ultima viene condotta attraverso un’operazione di ristrutturazione della Pa-che ne innalzi l’efficienza e l’efficacia-la Produttività Totale dei Fattori sale, aumentando il potenziale di crescita del Paese. Ecco perché è essenziale che revisione della spesa ed esercizio della delega per la riforma della P.A. procedano di pari passo, sostenendosi reciprocamente.
In questo contesto, è possibile mettere in conto che-nel medio periodo-il gettito possa crescere anche grazie all’aumento del Prodotto favorito dalla riduzione del prelievo su lavoratori e imprese: lasciare più soldi nelle mani dei cittadini ha un effetto di stimolo, tramite il moltiplicatore, sulla crescita. Lo ha dimostrato Keines , ben prima di Laffer.

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