Moneta, maneggiare con cautela. Le mosse di Draghi

Economia
Il presidente della BCE Mario Draghi durante la celebrazione del centenario della nascita di Federico Caffè alla facolta' di economia di Roma Tre, Roma, 12 novembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Guardando all’economia globale, c’è veramente il rischio che queste politiche monetarie espansive comportino controeffetti dannosi

Arrivare a un’inflazione al 2% è un’utopia? Lontani gli anni in cui questa era un drago indomabile, ora i timori vengono dal suo opposto: la deflazione. Certo, in assoluto, essa potrebbe avere pure dei vantaggi se, con l’economia in crescita, i prezzi fossero controllati da alta produttività e forte competizione nei mercati. Ma oggi, con le economie sulle sabbie mobili, la deflazione è uno spettro che preoccupa le Banche centrali. Non a caso, infatti, il Presidente della Bce Draghi, qualora continuasse a persistere questa “bassa marea” in materia di prezzi, è pronto ad intervenire per correggere questa pericolosa, come egli e quasi tutti gli analisti ritengono, tendenza.

Di qui il suo annuncio – pur restando allo stato inalterata la linea (già di suo espansiva) di politica monetaria adottata dalla BCE – di essere pronto ad interventi ancor più pesanti. Si tratterebbe di rafforzare due misure già in essere ampliando, in primis, il cosiddetto quantitative easing (QE), ad ora consistente in un rastrellamento sia di obbligazioni private di varia qualità che di titoli di Stato (ma col massimale del 33% di quelli di un singolo paese onde evitare che la BCE ne diventi il primo creditore); poi di ampliare ulteriormente il taglio dei tassi (peraltro già negativi) che Francoforte paga sui depositi delle banche presso di essa. Sarà sufficiente a rianimare i prezzi? Difficile dirlo. Naturalmente, effetti ce ne saranno.

Il primo, già a breve, è di tranquillizzare i mercati; la risposta, da questo punto di vista, è confortante. Anche perché, mettendola in termini sportivi, qui Draghi batte Yellen, la Presidente della Federal Reserve (FED), 3 a 0: lo si è visto dall’opposta accoglienza dei mercati medesimi, negativa per la FED, agli ultimi annunci dei due Guardiani della moneta (che pure nell’immediato nulla hanno cambiato). La ragione è che la BCE mostra di avere una coerente filosofia d’intervento, imperniata sulla stabilità; e ciò la rende credibile presso i mercati quando annuncia che la seguirà aggiustandola alle esigenze del momento.

Viceversa, la FED pare ondivaga nelle intenzioni. Infatti, prima fa capire di essere convita che il suo lassismo monetario, per quanto utile sia stato per evitare l’implosione della finanza globale, debba avere come termine la ripresa negli USA, onde evitare che la liquidità creata si trasformi in benzina per nuova bolle speculative. Poi, però, rimanda la stretta ad ulteriori decisioni, divenendo così causa di incertezza per gli operatori.

Ciò posto, un altro allargamento degli acquisti di titoli di Stato, se la BCE riterrà necessario dar corso ai propri annunci, potrebbe ancor più alleviare gli oneri del debito sovrano – già favoriti dall’attuale QE – in vari paesi; inoltre, un altro taglio agli interessi sui depositi bancari presso la BCE dovrebbe indurre gli istituti di credito a sostituirli, oltreché con titoli (anche di basso rating), pure con dollari, svalutando così l’euro sul biglietto verde.

Resta il dubbio della crescente inefficacia di queste terapie; e l’andamento piatto dei prezzi in USA e Giappone, da tempo impegnati in politiche monetarie espansive, pare comprovarlo. Oltre a ciò, come funziona la politica della BCE in Bene, se si guarda ai conti pubblici di cui ha alleviato l’onere degli interessi. Ma fatica a riattivare il credito perché si scontra sia con le molte sofferenze (crediti dubbi) in pancia alle banche che con la bassa capitalizzazione di molte aziende. Tant’è che, come invita a pensare il professor Biffis, si potrebbe vedere nel taglio degli interessi sui depositi presso la BCE delle aziende di credito (la cui filosofia ispiratrice è di spingerle, come detto, all’acquisto di bond) una spinta dell’Eurotower alla modernizzazione della finanza della Penisola portandola ad aprirsi maggiormente ai mercati obbligazionari e azionari, così bypassando un bancocentrismo ormai obsoleto.

Ciò posto, guardando all’economia globale, c’è veramente il rischio che queste politiche monetarie espansive comportino controeffetti dannosi; in fondo la crisi del 2007 fu anche conseguenza della grande espansione monetaria di Greenspan, Presidente della FED dal 1987 al 2006. Lo pensano molti analisti economici; nondimeno, dal punto di vista dell’analisi politica, il gioco vale la posta, allora per Greenspan come oggi per la BCE, se riesce ad evitare una violenta crisi deflattiva. Questa la ratio dei recenti annunci di Draghi, pur assolutamente consapevole che la moneta è un arma da maneggiare cautamente.

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