Mister Calderoli e il dottor Freud

Politica
Roberto Calderoli in aula al Senato durante la discussione del disegno di legge sull'anticorruzione, Roma, 19 marzo 2015. 
ANSA/ANGELO CARCONI

Roberto Calderoli verrà ricordato per aver portato nella stagione forza-leghista un po’ di folklore istituzionale fatto di trucchetti e furbizie da ultimo giorno di scuola. Quali sono le ragioni di un protagonismo così ostentato

Non sappiano se Roberto Calderoli sia affetto da “disposofobia”, quella patologia di cui la scienza non sa spiegare bene la natura che consiste nella mania di accaparrare cose inutili, per esempio la carta, magari per impedire «agli spazi vitali – dice Wikipedia – le attività per le quali tali spazi sono stati progettati».

Di certo zavorrare gli uffici, e forse sale e salette, corridoi, buvette, aula, gabinetti di palazzo Madama di scatoloni di emendamenti alla riforma del Senato suggerirebbe questa diagnosi. D’altronde lo ha detto lui stesso, immaginiamo con l’occhio ceruleo fiammeggiante come all’epoca in cui annunciava di aver fatto «una porcata» con la sua bella legge elettorale: «Voglio chiedere alla Sovrintendenza se palazzo Madama può reggere il peso di tutta quella carta».

Lo avrà detto ridendo, come i bambini discoli che fanno i dispettucci alla vecchia zia un pochino rimbambita. Ma qui di rimbambito non c’è nessuno. Chiunque dotato di un minimo di senno comprende che ci troviamo dinanzi a un caso che con la politica c’entra fino a un certo punto, essendo tutt’al più una specie di esibizionismo in un certo senso violento – la legge non mi piace e faccio saltare tutto – che con la legittima battaglia parlamentare non solo non ha nulla a che fare ma che anzi la vanifica. E già, perchè sotto la valanga del mezzo milione e passa di emendamenti calderoliani presentati in commissione (che egli auspica diventino 6 milioni in aula!) rischiano di essere messi in ombra quelli di merito, poiché una estenuante battaglia ostruzionistica quale quella che si giocasse su milioni di emendamenti rischierebbe di fagocitare ogni altra cosa, tanto che se fossimo in Miguel Gotor e Vannino Chiti lo apostroferemmo ben bene davanti a tutti i senatori.

E chi potrebbe dare torto al presidente Pietro Grasso se gettasse nel cestino “proposte” basate sul punto e punto e virgola – come diceva Totò – possibilmente prima della loro dispendiosa stampa? Inevitabile dunque rovistare nel freudismo più semplice, ma non v’è altro modo per spiegarsi le ragioni di un protagonismo così ostentato da parte di un politico che ormai ha alle sue spalle la stagione più importante: né capo leghista della prima ora – quella di Umberto Bossi e di Gianfranco Miglio – né capo leghista della Lega rampante di Matteo Salvini, Roberto Calderoli verrà ricordato piuttosto per aver portato nella stagione forza-leghista un po’ di folklore istituzionale fatto di trucchetti e furbizie da ultimo giorno di scuola.

Nella sua psiche è molto probabile sia cresciuto l’istinto di sopravvivenza del senatore dinanzi al pericolo di un Senato non più eletto dal popolo. Ma dall’uomo che, con gesto guascone, fece fisicamente un falò di centinaia di legge inutili non ci si aspettava un ricaduta nella produzione ossessiva di carta. Urge un potenziamento dei servizi sanitari di palazzo Madama: con il classico lettino da psicanalisi, soprattutto.

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