Mezzogiorno in crisi, simbolo di un’Italia ancora malata

Dal giornale
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La questione del sud non è una patologia locale, ma la questione italiana, la questione di un Paese che se vuol cambiare il suo rapporto con l’Europa, deve riuscire ad estendere al sud coraggio e spirito d’impresa

I l sud non è altro dall’Italia. Se la si guarda sulla carta geografica l’Italia è una penisola che da sempre collega mondi diversi. Di questo rapporto il sud è una cerniera essenziale. L’Italia è stata grande fino a quando il Mediterraneo è stato un centro focale della storia: la colonizzazione greca, l’impero romano, il cristianesimo, l’umanesimo e il rinascimento, le repubbliche marinare sono storie mediterranee che sono diventate Europa.

La febbre alta del sud è in primo luogo il sintomo che l’Italia, anche se ha ricominciato a camminare, è ancora malata. E spesso in Europa all’Italia si muovono gli stessi rimproveri che nel nostro Paese si muovono al sud. Come diceva la battuta di un film molto noto: «Siamo sempre meridionali di qualcun altro». Eppure non si tratta solo di fare i compiti a casa. Certamente tutti abbiamo molto da imparare dall’Europa, il rigore, la serietà, la costanza sono importanti, ma abbiamo anche qualcosa da insegnare. Le difficoltà dell’Italia non sono soltanto lo specchio dei suoi difetti, ma anche e soprattutto il sintomo di un’Unione Europea affondata attorno al suo nucleo continentale, priva di qualsiasi visione, che non a caso sul Mediterraneo oscilla tra reticenza e avventure scriteriate. Demonizzando i difetti meridionali essa non riesce a capire che un Mediterraneo di pace e di sviluppo offrirebbe non solo nuove opportunità all’Italia e al suo sud, rovesciando la loro posizione periferica in un vantaggio competitivo, ma potrebbe anche lanciare l’Europa nel mondo, facendola uscire da una visione in cui il rigore dei conti è l’unico valore universale.

C’è un altro fianco scoperto di questa connessione vitale tra l’Italia e il suo sud. Premiare il merito è sacrosanto, ma se l’uguaglianza delle opportunità non funziona in modo uguale in tutto il Paese, se si colpiscono i luoghi della formazione superiore, le aree più deboli cederanno, i giovani più qualificati, dopo averne pagato gli studi, a quelle più forti. Questo fenomeno, che abbiamo davanti ai nostri occhi, è l’esatto contrario del merito nonostante gli ideologi della meritocrazia non se ne siano accorti. Far saltare con forza questo meccanismo discriminatorio e gli stereotipi sul Mezzogiorno, oggi ahimé molto diffusi anche tra di noi, aiuterebbe moltissimo a spezzare quella spirale della depressione che spinge i giovani all’inerzia e alla fuga e a rilanciare l’idea che, lavorando duramente ed impegnandosi, anche a sud si può investire sul futuro.

La questione del sud non è una patologia locale, ma la questione italiana, la questione di un Paese che se vuol cambiare il suo rapporto con l’Europa, deve riuscire ad estendere al sud coraggio e spirito d’impresa, facendo giocare con la maglia della stessa squadra le sue eccellenze, che non sono poche. Se, nonostante la crisi, l’Italia è ancora il secondo Paese manifatturiero dell’Unione Europea, che cosa potrebbe diventare se al sud nascesse una rete di nuove imprese? Se riuscissimo a far questo forse qualcuno in Europa potrebbe capire che, in tutta modestia rispetto al nostro straordinario passato, anche l’Italia del presente ha qualcosa da insegnare, sta tornando ad inventare il futuro.

Quanto a noi non ci si può dividere tra il monoteismo dell’industria e quello del turismo, che, come vediamo ancor più in questi mesi, può anch’esso devastare l’ambiente. Occorre saper mediare perché quando un monoteismo bandisce l’altro, si va fuori strada. L’Italia ha problemi di approvvigionamento energetico, è vero, e il terrorismo ambientalista è pericoloso, ma questo non può significare dire sì a tutto in nome dell’appartenenza nazionale, specialmente se tale appartenenza non sembra valere quando si osserva lo stato delle nostre infrastrutture fondamentali. Occorre una classe dirigente capace di trovare equilibri, di ascoltare, ma anche di inventare e di guidare. Quello che essa non può fare, quello che noi tutti non possiamo fare, e questo non vale solo per il Mezzogiorno, è litigare, perché la politica ha perso talmente prestigio che l’ennesima rissa non avrebbe né vinti né vincitori, ma sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso, e avrebbe l’unico effetto di aprire la strada ai lanzichenecchi del no.

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