Metamorfosi 5Stelle. Da Movimento a partito personale di Casaleggio

M5S
Gianroberto Casaleggio questa sera presso l'auditorio Gaber, all'interno della sede del consiglio della regione Lombardia, in occasione di un incontro pubblico fra il Movimento 5 Stelle e il sindacato di polizia, Milano, 12 dicembre 2014. ANSA / MATTEO BAZZI

Se Grillo resta titolare del marchio, il “guru” è l’unico ideologo e padrone del brand politico

Gli osservatori più attenti giuravano sulla loro mutazione genetica, da movimento nato tra gli applausi eccitati per mettere in mutande un intero ceto politico a gruppo politico appena più strutturato e trasparente. Difficile spiegare perché i 5Stelle, pur sempre accreditati dai principali istituti demoscopici come secondo partito italiano, sono finiti in confusione e nell’autoreferenzialità, frammentati e defilati da qualsiasi radicamento territoriale e ancora privi di uno straccio di programma e visione del Paese. Impressiona non poco la deriva verso una forma politica non tanto personalizzata quanto totalmente personale. Se Grillo resta titolare del marchio, Casaleggio è l’unico ideologo, stratega e padrone. Ma è un’assenza, un volto senza personalità politica. E altri leader non crescono intorno ai due, nonostante gli sforzi di noi giornalisti che riusciamo a far resuscitare dal tonfo di Quarto Luigi Di Maio e venderlo come “candidato premier” solo per essere stato ricevuto per via del suo ruolo istituzionale (vicepresidente della Camera ma eletto con 183 preferenze, e già candidato a Ponticelli e non eletto con 50 preferenze) dagli ambasciatori Ue a Roma.
Ma c’è un punto politico serio, alla vigilia delle amministrative. Cosa colpisce dopo il primo salto dal Vaffa al governo di 16 comuni conquistati dai pentastellati? Il tradimento delle premesse e delle promesse, un carnevale di prove inconcludenti che omologa le giunte grilline tra le peggiori amministrazioni locali. Dopo tante illusioni, le delusioni. Più di qualcosa è andato storto, e sembrano aver esportato in sede locale la loro strategia del fallimento e dell’eterno casino, l’essere passati dall’apriscatole del Palazzo a pilastri della conservazione del peggio della prima repubblica. E infatti, li ritroveremo intruppati al referendum a battersi contro la riforma che elimina il Senato, chiude il Cnel, riduce di un terzo parlamentari e costi della politica, cancella il bicameralismo rendendo più semplice lo Stato: cose che anni fa fuori dal Palazzo sostenevano con toni bellicosi.
Dunque se le città pentastellate dovevano spianare la strada alle loro ambizioni, l’esperimento al momento funziona solo al contrario. Nella fenomenologia grillina locale dice già tutto l’addio da Parma di Federico Pizzarotti, di gran lunga il miglior sindaco di provenienza 5Stelle ma accusato di “alto tradimento” per aver invocato meet-up nazionali contro il direttorio calato dall’alto o per l’insistenza nel voler governare con buon senso e facendo gli interessi dei cittadini. Resta un marchio di infamia la vicenda di Quarto e la sua pessima gestione. Abbiamo visto chi dava di corrotti, mafiosi e ladri a tutti, annaspare in un vortice di smentite e controsmentite capaci di far impallidire i vecchi marpioni di partiti clientelari. Fico e Di Maio, le più alte cariche campane in Parlamento, sembravano due vecchi capi bastone, con Grillo a spiegare che non era successo granché, quando un tempo avrebbe iniziato una maratona mediatica con il topos dell’onestà. Hanno provato a coprire una brutta storia di infiltrazione camorrista nelle loro liste, e persino Roberto Saviano sbottò che se sono incapaci o sapevano e hanno fatto finta, se sono così senza poteri e senza ruolo, ma allora che ci stanno a fare?
Ma i cahiers de doléances coprono tutto lo Stivale a trazione grillina. Dai sindaci cacciati di Quarto, Gela e Comacchio alle bucce di banana sulle quali scivolano i primi cittadini di Livorno, Venaria, Civitavecchia, Pomezia, Bagheria o Ragusa. Inesperienza, dilettantismo, impreparazione non spiegano tutto e meriterebbero analisi e autocritiche. E anche qui l’indagine sul gradimento ai sindaci del Sole24Ore colloca i grillini nella bassa classifica, scarsissima popolarità e giudizi negativi.
La Caporetto comunale è la punta di un iceberg. A poco più di tre anni (febbraio 2013) dalla sua esplosione elettorale, ancora non esistono una bussola politica né un dibattito interno né chiarezza sulle entrate e le uscite finanziarie del Movimento o sulle buste paga dei parlamentari. Ed è preoccupante, ancorché trattata con rispettoso distacco da molti commentatori, la spy story del clamoroso controllo di mail, chat e documenti di parlamentari. In passato ci furono sospetti di hackeraggio di e-mail, notizie di cancellazioni di posta elettronica denunciate da parlamentari grillini, di ingressi abusivi nei sistemi informatici e utilizzi impropri del server. Sembrano pratiche di spionaggio di una società privata esterna ai danni di parlamentari della Repubblica. Se confermate si profilano reati pesantissimi che riguardano libertà personali, privacy, mandato dei parlamentari, inviolabili principi democratici.

Tant’è. Questa segretezza si riflette anche sul clamoroso numero di addii ed espulsioni, un caso unico in Europa: dall’inizio della legislatura ben 37 parlamentari sono stati cacciati o li hanno abbandonati: il 22%, uno su quattro prima linciati e poi fatti fuori online, cioè dal server della Casaleggio Associati Srl. Buttati fuori anche assessori e consiglieri comunali, e per ultimi i 36 del meet-up napoletano, gruppo di discussione su Facebook sfuggito al server.
Prove di un brand politico palesemente gestito da una Srl sui cui interessi sappiamo poco che dalla favoletta dell’“uno vale uno” ha fatto compiere il balzo verso il modello “uno vale più di tutti”, grazie alla delega totale alle ambiguità del web.
L’esilarante e inquietante utopia di Casaleggio è finora l’unico manifesto politico dei 5 stelle. Ha firmato due perle: il mitico video su YouTube dal 21 ottobre 2008: “Gaia: The future of politics” che prevede “Nel 2018 il mondo diviso in due blocchi: a ovest con Internet e a Est con una dittatura orwelliana. Nel 2020 la Terza Guerra Mondiale (durerà vent’anni). Nel 2040 trionfo della Rete. Nel 2054 le prime elezioni mondiali in Rete. Spariranno religioni, partiti e
governi nazionali”. E poi la fatica letteraria: “Veni Vidi Web”. Un delirio totalitario con la visione del “mondo perfetto” dove “Petrolio e carbone sono proibiti insieme alla circolazione di macchine private… L’emissione di CO2 e il taglio indiscriminato di alberi sono puniti con reclusione fino a 30 anni. Tabaccai, macellerie e librerie sono scomparsi, i cacciatori sono lasciati nudi nei boschi e braccati da personale specializzato con pallettoni di sale grezzo dall’alba al tramonto”, gli avvocati ridotti “a un decimo”, “gli ipermercati rasi al suolo ovunque”, “le statue di Garibaldi sostituite da statue di Gandhi”, “corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni
delle città nei week end”, chi possiede beni “mobili e immobili per un valore superiore a cinque milioni” deve restituire l’eccedenza, altrimenti sarà “rieducato alla comprensione della vita in appositi centri yoga”. Il mercato abolito, il reddito di cittadinanza sarà universale e le multinazionali “dichiarate illegali in tutto il mondo”. Nello Stato di Casaleggio “ogni cinque anni si vota on line per una nuova costituzione” sotto la guida illuminata dei “ministeri della Pace, della Vita e della Giovinezza” che, come tutte le altre “cariche politiche e istituzionali”, saranno occupate da “cittadini estratti a sorte”. Dissenso, opinione e pensiero sono banditi, insieme alla libertà di stampa, di coscienza, di espressione. La Rete saprà interpretare il “sentiment dei cittadini”. Eccola la vera mutazione.

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