Metalmeccanici, lo spirito della vecchia Flm e la battaglia di oggi

Sindacati
Il corteo in occasione dello sciopero nazionale dei metalmeccanici, Torino, 20 aprile 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Lo sciopero unitario del 20 aprile per il contratto e contro gli oltranzismi

Dopo 8 anni di scontro, quasi su tutto, sui contratti nazionali, la vicenda Fiat, Ilva, eccetera, il faticoso tentativo di ricomposizione di questi giorni richiama una storia gloriosa che sa di futuro. Storia che ho respirato sin da bambino, dentro casa.

Nel 1972, quando venne costituita l’Flm, la Federazione lavoratori metalmeccanici, si misero insieme non solo Fim, la Fiom e la Uilm ma anche molteplici anime ed orientamenti politici.Nella Fim un’anima cattolico democratica e componenti nella Nuova Sinistra e soprattutto tantissimi “cani sciolti” di senza partito, nella Fiom – oltre alla componente maggioritaria comunista – quella socialista e la cosiddetta “terza componente”, nella Uilm socialisti, repubblicani e socialdemocratici.

Erano anni difficili per il nostro Paese, segnati da stragi terroristiche feroci, ma erano anche anni in cui si guardava con speranza e fiducia al futuro. Le persone cominciavano ad andare in vacanza, ad avere le prime automobili e i primi elettrodomestici in casa.

Si raggiunsero anche importanti conquiste per il lavoro; è del 1970 infatti lo Statuto dei lavoratori.

La Flm, in realtà, nasce prima, si era costruita negli anni Sessanta attraverso memorabili lotte e conquiste sindacali, culminate nell'autunno caldo del 1969. I tre giovani segretari dell’epoca sapevano di fare una cosa molto difficile, trovare cioè quel complicato equilibrio “tra la tendenza ad appiattirsi conformisticamente e quella di scambiare la mera litigiosità per sintomo di identità”, come ha scritto Bruno Manghi. Si litigava, ma “con senso”, per evitare sommatorie, compiendo la fatica di fare sintesi, per guardare avanti e non ostentare bandierine e Statuti.

L’orizzonte era però più ampio ed era quello dell’unità sindacale, una esigenza sempre più sentita dai lavoratori di tutta l’industria e di quella metalmeccanica in particolare, maturata e vissuta nelle lotte e nelle conquiste sindacali.

Questa unità, a cui la Fim in particolare ha sempre creduto, si fondava sulla ricerca di una sintesi alta, di prospettiva, delle varie anime e visioni sindacali, per rappresentare in modo più completo ed efficace il lavoro e i lavoratori, soprattutto nei confronti delle sfide a cui ci si trovava di fronte.

Furono gli anni di due Contratti Nazionali formidabili tutti concentrati sulla parte normativa con l’introduzione nuovi e lungimiranti diritti, furono gli anni di spinta di un grande protagonismo dei delegati di fabbrica dei “Consigli”. Protagonismo “dal basso” che fa stimolato con forza in questi giorni difficili del sindacato che possono diventare giorni importanti.

Negli anni Ottanta, tuttavia, la Flm entrò in crisi: nel febbraio 1984 si ebbe la rottura per il decreto sulla scala mobile, il cosiddetto “accordo di San Valentino”. La sigla Flm sopravvisse per qualche tempo, soprattutto a livello di attività internazionale, ma poi si sciolse.

Oggi lo scenario è diverso, il mondo è cambiato, anche quello del lavoro, ma può avere anche significative analogie, soprattutto se riusciamo a vedere e a cogliere le opportunità e a non ripetere gli stessi errori del passato o, parafrasando Carniti, almeno a farne di nuovi.

Vivere una “crisi” significa anche sapere fare delle scelte che devono essere rifondative, radicali, rigeneratrici. Al sindacato non è infatti consentita la proroga di quello che era valido nel passato, se non la spinta valoriale che non basta però solo evocare, ma che va contestualizzata e vissuta quotidianamente nella nostra attività.

 

Cattura bent

Fim, Fiom e Uilm il 20 aprile sono tornate a scioperare assieme, dopo otto anni e due contratti metalmeccanici firmati solo da Fim e Uilm. Non è stato, e non è, facile. Veniamo da una stagione di profonde divergenze e lacerazioni sulle politiche sindacali e nei rapporti, alimentate da una stampa spesso faziosa e superficiale.

Per le scelte che abbiamo fatto, di cui oggi si vedono i risultati e in molti ne rivendicano la paternità, abbiamo subito attacchi alle sedi, insulti ai delegati e dirigenti sotto scorta. Le idee, anche quando sono diverse, restano e devono essere considerate solo delle idee diverse e, come tali, vanno sempre rispettate.

Giorgio Benvenuto, ex segretario nazionale dei metalmeccanici della Uil, recentemente ci raccontò, che – durante tutta la sua esperienza dal 1968 al 1991 – non si è mai verificato uno sciopero non unitario o indetto da una sola organizzazione. Scontri durissimi, pensiamo al 1984 sulla scala mobile. Dovrebbe far riflettere che anche su quel tema la Cgil non scioperò da sola. Lama organizzò una grande assemblea dei dirigenti sindacali a Sesto San Giovanni e la sera prima inviò a Carniti e a Benvenuto stesso la scaletta del suo intervento. Questo è lo stile di un sindacato che non evoca ma investe nell’unità dei lavoratori.

Oggi, la posizione oltranzista, di chiusura totale, di Federmeccanica sul salario ha evocato la sciopero e ha compattato in una azione comune le diverse posizioni che venivano da due piattaforme separate.

Nelle piazze del 20 aprile non c’erano le “tute blu” del ’72; sono passati 40 anni da allora, la fabbrica è cambiata, il lavoro richiede sempre più nuove capacità tecniche e conoscenze.

Gli operai moderni non sono ideologici, chiedono agli imprenditori di investire, di innovare, di partecipare alle scelte aziendali. Non rivendicano solo soldi, ma formazione, welfare e una organizzazione del lavoro più flessibile e adattabile alle loro esigenze e alle nuove modalità produttive, rese possibili dalle innovazioni tecnologiche.

Il sindacato, in questo nuovo scenario, deve avere l’intelligenza e una visione progettuale per fare una sintesi alta delle diverse posizioni, escludendo l’ideologia, guardando a Industry 4.0.

Queste sono le condizioni affinché questa ritrovata unità non serva solo per scioperare o per non fare i contratti, e duri a lungo.

Bisogna smettere di vedere la realtà dallo specchietto retrovisore dell’ideologia, dobbiamo alzare la testa, avere la vista lunga, vedere il mondo che cambia (e che è in parte già cambiato) e, come scrive Calabresi, “ricominciare a guardare in direzione delle stelle”.

Solo così potremo unire alla protesta la proposta e, non solo continuare a marciare insieme, ma costruire anche qualcosa di più grande, unico e importante. I metalmeccanici sono figli delle stelle e non si fermeranno mai per niente al mondo.

 

 

 

 

 

 

Vedi anche

Altri articoli