Perché il finto marziano Marino ha perso la partita

Roma
Il sindaco di Roma Ignazio Marino lascia in bici il Vaticano al termine del primo vertice sul Giubileo con Monsignor Fisichella. Roma 11 maggio 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

L’ultima scena: non dire la verità e rifiutare un compromesso ragionevole

La partita di Risiko è finita. Fra poche ore il consiglio comunale di Roma sarà dichiarato decaduto e si procederà alla nomina di un commissario. Ignazio Marino ha fatto ogni tipo di capriole ma alla fine è stato costretto ad andarsene. Peraltro senza stile. Come si è visto nella prevedibilmente velenosa conferenza stampa.

Alcuni primi spunti di riflessione.

Quando un sindaco non ha più la fiducia della città, della gran parte della città, specie se di una città difficilissima come Roma, non ci sono tattiche che reggano. Quando un sindaco non ha più la fiducia del proprio partito o si dispone a cercare insieme una soluzione o prima o poi deve cedere. Il combinato disposto – come piace dire oggi – è micidiale. Marino si è illuso di poter giocare una mitica “base” del Pd contro i vertici dello stesso Pd. Una tentazione “trotzkista” del tutto astratta, frutto dell’illusione ottica causata da petizioni e dimostrazioni al Campidoglio, iniziative democratiche importanti ma minoritarie. La verità è che l’ormai ex sindaco non ha mai percepito il livello di insoddisfazione dei romani.

Marino ha fatto il marziano ma è stato ed è un dirigente del Pd. E’ un politico, come si è visto con la sua irrefrenabile tendenza a privilegiare le tattiche, altrro che marziano. Sì, perché è un fondatore del Pd; perché tentò di diventare segretario del Pd (arrivando terzo su tre, dopo Bersani e Franceschini); perché dal Pd si fece eleggere in Piemonte, lui nato a Genova e residente a Roma, per andare al Senato; perché vinse le primarie del Pd di Roma (arrivando primo davanti a Sassoli e Gentiloni); infine perché gli elettori del Pd votarono per lui, ed è grazie a quei voti che distrusse un nevrotico Alemanno.

Per ragioni diverse il suo rapporto col Pd è stato sempre strano. L’ultima scena di questo rapporto è davvero brutta. C’è stata mercoledì scorso a casa di Marco Causi, quando si è cercato di trovare una via d’uscita onorevole per tutti, per lui e per il Pd: egli, sapendo di essere indagato, non lo disse ai suoi interlocutori. E non accettò la proposta illustrata oggi sull’Unità dallo stesso Causi: un messaggio di fine mandato in aula; un incontro in tempi ravvicinatissimi con Renzi; la presenza, lui e il Pd insieme, al processo su Mafia capitale il 5 novembre. Il tutto sarebbe stato fatto dopo aver confermato le dimissioni.

Era una pacchetto ragionevole. Tanto ragionevole che Marino non disse chiaramente di no. Poi però cambiò le carte in tavola ritirando le dimissioni.

Il Pd, pur con tutti i problemi, ha deciso la strada delle dimissioni. I 19 consiglieri si sono dimessi tutti. E se ne sono aggiunti altri, fino a 26. Marino ha perso la partita e l’unica cosa che gli resta è fare la vittima, anche se con tutta evidenza la figura di Salvador Allende è stata da lui evocata a sproposito. Per usare un eufemismo.

Questi sono i fatti. Ora si può e si deve discutere di come risollevare Roma, dopo la parentesi Marino.

 

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