Marino può ripensarci, ma la responsabilità verso la città va oltre i destini individuali

Roma
Il sindaco di Roma Ignazio Marino durante la conferenza stampa con l'Ama per illustrare le operazioni riguardanti il risanamento di Ama e il decoro della città. Roma 18 giugno 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il sindaco deve prendere coscienza del fatto che l’esperienza è conclusa

Sono ore davvero pesanti per Roma e per chi l’ha guidata in questi due anni. Sono ore pesanti per il partito democratico a Roma che nel 2013 ha candidato Ignazio Marino ed oggi gli chiede di lasciare il suo posto.

In questi giorni si è discusso degli scontrini e dei rimborsi delle cene private con danaro pubblico. Bisognerà dimostrare se le cose sono andate davvero così. E’ importante che si sappia perché anche questi aspetti definiscono la trasparenza dei comportamenti in sede pubblica ed è importante per l’onorabilità del sindaco che respinge ogni addebito e giustamente chiede chiarezza.

Vedremo.

Ma c’è da dire che il rapporto tra questa amministrazione e la città era logorato da tempo. C’è stato un momento in cui in particolare il rapporto tra Marino e la sua comunità si è incrinato irreversibilmente. Ed è stato il mancato rientro dalle ferie durante il funerale di Vittorio Casamonica. In quel momento la città si è sentita ferita e il suo sindaco non c’era. Anzi, rivendicava il diritto di non esserci. Questo è stato il punto di non ritorno. Gli scontrini sono in fondo l’ultimo alito di vento che demolisce un edificio pericolante.

Però la fragilità di questi due anni non è solo dipesa da certi limiti dell’amministrazione in senso stretto. Nel suo complesso il movimento democratico romano ( partiti, amministrazione, movimento cooperativo e sindacale) ha mostrato enormi limiti. Tutto si tiene. La prova di governo dopo Alemanno non è riuscita soprattutto perché in questi anni nel centrosinistra si è consumata una fuga della politica.

Il rapporto Barca ha svelato quello che da anni vado dicendo inascoltato con pochi altri (tra cui Goffredo Bettini e Marianna Madia): il Pd di Roma dal 2008 ha perso il contatto con la città abbandonandosi a una vita interna segnata da una competizione di puro potere e senza idee tra tribù interne.

Speravamo che con una gestione commissariale del partito questa malattia fosse estirpata. Non è stato così. Il correntismo sopravvive latente e purtroppo una gestione burocratica e senza politica non risolve la sostanza del male.

Marino ora non vuole lasciare. O perlomeno annuncia contromisure ancora non chiare tra cui una possibile ricandidatura alle primarie. Può farlo legittimamente. Ma c’è una responsabilità verso la città che va oltre i destini politici individuali.

Se il movimento democratico romano vuole salvare qualcosa e ristabilire la propria legittimità al governo di Roma nel momento in cui si tornerà alle urne deve compiere un atto interno sovversivo. Sciogliere davvero le correnti interne che invece continuano a riunirsi e a proliferare. Trovare grandi momenti collettivi per ricostruire una direzione di marcia e una politica sulla città fatta di contenuti. Cosa che non fa da anni.

Marino prenda atto che un’esperienza è conclusa. Questo è il presupposto per proseguire magari in altre forme e con altri ruoli il cammino politico in un movimento democratico rinnovato.

I romani guardano attoniti a questo grottesco spettacolo in cui l’emergenza quotidiana viene dopo la sopravvivenza politica di se stessi. Nessuno può pensare (né Marino e né il Pd) di salvare nulla – neanche se stessi – se non si consentirà il più rapidamente possibile una ripartenza della città.

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