Da malata, a ribelle, a leader: l’Italia ormai ha cambiato verso in Europa

Governo
Una foto fornita dall'ufficio stampa di Palazzo Chigi mostra la conferenza stampa del premier Matteo Renzi a Bruxelles, 21 marzo 2014.
ANSA/Filippo Attili - US PALAZZO CHIGI - EDITORIAL USE ONLY

Il governo Renzi ha gettato le basi per una nuova centralità del nostro Paese e per guidare la rinascita dei riformisti. I giudizi degli osservatori premiano le riforme

Correre, correre, correre. A poco più di due anni dall’arrivo di Matteo Renzi a palazzo Chigi, appaiono più chiari i motivi che lo hanno portato a imprimere un’accelerazione così forte all’azione di governo e parlamento. Da una parte c’è, certamente, la volontà di dare una sferzata a un Paese rimasto per troppo tempo impaludato in vecchie pratiche e in leggi ormai incapaci di regolare una realtà profondamente mutata. Dall’altra, però, c’è una ragione più profonda. Si tratta dell’endemica debolezza istituzionale che ha confinato l’Italia non solo nell’incapacità di dare risposte ai bisogni dei suoi cittadini, ma anche ai margini della politica internazionale.

Attenzione, non è un elemento secondario. Se siamo passati dal farci imporre dall’esterno scelte determinanti per il futuro del Paese (l’ormai celebre lettera della Bce al governo Berlusconi è del 5 agosto 2011) a essere noi i mittenti di position papers che creano dibattito e ampie adesioni (quelli sulla crescita economica e sulla crisi dei migranti), se Angela Merkel anziché scambiarsi risatine con Sarkozy riconosce adesso all’Italia il ruolo di partner primario nella definizione delle politiche europee (giovedì sarà a Roma per discutere di migranti insieme a Renzi, Juncker, Tusk e Schulz), se la stampa internazionale non individua più il nostro Paese come “malato d’Europa” ma lo vede riprendere “il suo ruolo storico delle migliori idee d’Europa e la leadership politica. Ma anche a sorpresa, quella economica” (da un commento ospitato sul Guardian sabato scorso), è proprio perché la svolta c’è stata. Ed è stata rapida e, almeno a una prima analisi, efficace. Tanto da portare Anatole Kaletsky, autore dell’articolo e capo economista della società di servizi finanziari Gavekal, a chiedersi: “Può essere l’Italia l’improbabile salvatrice del progetto europeo?”.

I risultati economici non sono ancora così positivi come sperato, anche se l’inversione di tendenza è innegabile. Ma la scelta di non puntare su misure d’emergenza, bensì condurre “una silenziosa ribellione contro le teorie economiche pre-keynesiane del governo tedesco e della commissione Ue” (ancora dal Guardian) ha consentito e consentirà di abbattere i rigidi parametri dell’austerity europea e di ampliare gli investimenti in favore della crescita, con risultati che – in previsione – si faranno sentire in maniera stabile e continuativa nel tempo.

È un risultato che un governo debole e immobile non avrebbe mai potuto ottenere. Rafforzando il peso politico dell’Italia, Renzi ha dato nuova linfa anche a una sinistra europea divisa e fiaccata a livello europeo, nonché messa in difficoltà nei singoli Stati non più solo dal prevalere delle forze di centrodestra, ma anche dall’emergere di quelle populiste. È di oggi un articolo di Dalibor Rohac su Politico.eu che assegna proprio al premier italiano il ruolo di capofila di una nuova generazione di leader, che potrebbe segnare un “ritorno del pensiero e della leadership riformista” in Europa. Il Jobs Act, l’abbassamento delle tasse e la nuova legislazione bancaria sono indicati come elementi del “good example” che viene dall’Italia ai partner continentali. Mentre ad apprezzare il Migration Compact inviato dal nostro governo a Bruxelles è su Internazionale il giornalista tedesco Michael Braun.

Certo, il contesto non aiuta. In Francia il tentativo di riformare il mercato del lavoro stenta a essere realizzato, mentre un François Hollande appannato cede ormai il passo all’avanzata di Marie Le Pen e al ritorno di Nicolas Sarkozy (le speranze socialiste possono concentrarsi invece sull’ascesa di Emmanuel Macron). In Germania l’alleanza con Merkel pesa sui destini della Spd, che sta cercando comunque di autonomizzarsi sempre dalla Cancelliera in vista delle elezioni del 2017, quando le urne verificheranno l’effettivo peso dei populisti di Alternative für Deutschland. In Gran Bretagna le elezioni di giovedì prossimo vedranno i laburisti tornare molto probabilmente alla guida di Londra con Sadiq Khan, ma la leadership di Jeremy Corbyn subirà una battuta d’arresto – secondo i sondaggi – a causa di risultati che potrebbero portare il Labour alla sua peggior performance negli ultimi 35 anni, nei comuni ma soprattutto in Scozia, dove si rinnova il parlamento.

E non è solo la sinistra a soffrire. Sempre Politico.eu ha pubblicato in questi giorni il ranking dei Paesi europei sulla base della loro capacità di incidere sulla politica continentale. L’Italia si colloca al quarto posto, ma è l’unico Stato membro nel gruppo di testa ad avere un outlook positivo, mentre è neutrale per la Germania (che resta prima) e negativo per Regno Unito e Francia (rispettivamente secondo e terza). “Matteo Renzi ha una strategia e una voce – scrive Ryan Heath, che ha curato il ranking -: il leader di sinistra più carismatico nei grandi Stati membri”. La cautela nella valutazione è dovuta piuttosto al troppo recente avvicendamento dell’ambasciatore, con l’arrivo di Carlo Calenda.

 

 

Il quadro rende quindi difficile, ma ancora più urgente il ruolo di traino dell’Italia. Non sorprende, quindi, che Renzi continui a insistere nel puntare tutto sul referendum costituzionale di ottobre, che segnerà un passaggio determinante per capire se il nostro Paese intende proseguire nella strada del cambiamento, oppure no. Nel primo caso, il nostro governo potrà continuare a far sentire tutto il proprio peso in Europa, provando a invertire il ciclo calante dei riformisti e a porre un argine al populismo, compito nel quale i conservatori si stanno dimostrando inadeguati. Altrimenti, ci sarà poco da stupirsi se il presidente del Consiglio rassegnerà le proprie dimissioni: la sua missione dovrà essere rinnovata con il voto o – se così deciderà il capo dello Stato – cedere il passo a un’altra proposta.

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