Malaffare e giustizialismo, due facce della stessa medaglia

Il Fattone
Marco Travaglio (D) e Piercamillo Davigo a margine del convegno "Partiti per le tangenti", Milano, 20 ottobre 2014. 
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Il qualunquismo e la facile propaganda non colpiscono i politici, ma la democrazia. Per fortuna lo Stato di diritto ha le risorse per vincere la sfida

“Renzi aveva appena finito di dire che è passato il tempo della politica subalterna ai pm e si è subito scoperto il perché: il presidente del suo partito in Campania preferiva la subalternità alla camorra”. Questa frase, che apre il gioioso editoriale odierno di Marco Travaglio, merita di essere commentata perché riflette un sentimento, minoritario ma diffuso, che l’Italia si porta appresso dagli anni di Tangentopoli e che ha progressivamente logorato e infiacchito lo spirito pubblico, minato l’infrastruttura democratica, impoverito la politica, indebolito la giustizia.

Nello spettacolino che i Travaglio di ieri e di oggi allestiscono ad ogni arresto, ad ogni avviso di garanzia, ad ogni inchiesta non c’è soltanto il fondo limaccioso del qualunquismo, la facile propaganda dei demagoghi in cerca di consenso e fatturato, l’ombra pericolosa della disgregazione civile: c’è anche, e forse soprattutto, la rinuncia. In un mondo governato dai ladri e permeato dal malaffare tutto è possibile e tutto è lecito, tranne il cambiamento. La corruzione diventa così perfettamente funzionale alla conservazione, e la protesta indignata mostra il suo volto più pericoloso: la rinuncia a ragionare, a distinguere, a intervenire, a rimediare, a cambiare.

La politica – cioè quel sistema di autogoverno delle comunità umane che si fonda sulla partecipazione democratica dei cittadini, sul controllo e sul principio di responsabilità – non può e non deve essere subalterna ai pm (come a chiunque altro) per la buona ragione che è l’unico strumento a disposizione del popolo per incidere – poco, male, non abbastanza: non importa – sul proprio destino individuale e collettivo. Il resto, tutto il resto, ancorché preziosissimo per la vita civile, non ha bisogno del consenso popolare ma è tenuto a muoversi e ad operare all’interno di regole ben definite stabilite dal legislatore – cioè dalla politica, cioè dagli elettori.

Ma il primato della politica – che dovrebbe essere un’ovvietà in un paese liberale dell’Occidente – non significa naturalmente impunità: e infatti le inchieste in Italia si aprono (anche se non sempre si chiudono) a ritmo incessante, né questo governo si è mai sognato di limitarle o condizionarle.

Il punto che sfugge ai Travaglio di ieri e di oggi è che confondere le due cose – il primato della politica e l’autonomia della magistratura all’interno di un sistema di regole – e accomunare in una condanna indistinta chiunque s’impegni nella vita pubblica non porta affatto ad un sistema più onesto, più efficiente e più giusto: porta alla distruzione della partecipazione popolare.

Quando gli italiani smetteranno di votare e il Parlamento sarà definitivamente ridotto ad un bivacco non di manipoli ma di inquisiti, chi governerà l’Italia? La magistratura, la finanza, la Chiesa, l’esercito, i media? I poteri non elettivi saranno forse, e a volte lo sono davvero, migliori e più efficienti del grande baraccone della politica, dove ideali e affari, passione e imbroglio si mescolano troppo disinvoltamente, ma hanno per l’appunto la caratteristica di non essere elettivi. Non sono scelti da nessuno, se non da se stessi. Non sono controllati da nessuno, se non da se stessi.

Il malaffare e il giustizialismo sono le due facce di una medesima medaglia, lo strumento di una stessa battaglia, l’arma a doppio taglio che sbriciola e dissolve la comunità civile. Per questo la situazione oggi è molto seria: ma non è grave, perché lo Stato di diritto e la democrazia politica hanno tutte le risorse e le ragioni per controbattere e vincere la sfida. Purché si abbia ben chiaro qual è la posta in gioco.

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