Mai come oggi serve un Pd che funzioni

Pd
Franco Marini durante il convegno ''Fare il Pd'' nella sede del partito. Roma 04 luglio 2013. ANSA/ANGELO CARCONI

“Buoni dirigenti non nascono nelle stanze e nelle segreterie o negli uffici stampa, nascono facendo esperienze, formandosi nella vicenda quotidiana anche delle piccole realtà”

Il segretario ci ha detto che sul voto di domenica non c’è da minimizzare ma nemmeno da drammatizzare. Sono d’accordo con lui. Non sto qui a rifarvi l’elenco delle ragioni che giustificano questa analisi che, ripeto, trovo convincente. Penso però che lo stesso ragionamento non possa estendersi allo stato di salute del partito. Qui un po’ di drammatizzazione è necessaria e senza dubbio non infondata. Guardate che non sto parlando di alcuni casi macroscopici come Napoli o Roma (e, per Roma, mi sorprende che non ci sia stato nessun atto conseguente alla pesantissima sconfitta).

Sto parlando del partito nella sua generalità, nel suo rapporto con le periferie e nelle periferie. Poiché non credo che si sia deciso di fare a meno del partito né – come leggo da qualche parte – che lo si consideri alla stregua di una bad company, di una zavorra di cui liberarsi, allora «abbiamo un problema». Sgombriamo subito il campo dalla questione «doppio incarico sì, doppio incarico no». Ho la mia opinione in proposito, preferisco un segretario che si occupi a tempo pieno del partito. Ma di questo non dobbiamo parlare, sarà materia della discussione precongressuale e poi del congresso. È troppo faticoso per chi guida il governo ? Sì, è vero, ma Renzi mi pare abbia l’energia necessaria. Perciò penso sia assolutamente necessario che il segretario Renzi presti attenzione al partito ed alle sue evidenti difficoltà. Anche le democrazie moderne hanno bisogno dei partiti. Tanto più in quanto siamo in presenza di un fenomeno generalizzato di frammentazione e sgretolamento dei sistemi di relazione tra le persone ed i soggetti sociali. Credo che dobbiamo dirlo ad alta voce: senza la politica e senza gli attori collettivi della politica, cioè i partiti, prevalgono sempre e comunque gli interessi più forti, quelli che hanno in mano le leve della finanza, dei media, dei gruppi di pressione.

E così l’ingiustizia sociale avanza di gran carriera, trova il suo terreno più agevole. C’è bisogno dei partiti. E c’è bisogno di partiti che funzionino. Questo è il nostro problema. Abbiamo migliaia di dirigenti di circolo, gente che vive quotidianamente il rapporto con le persone e con le esigenze che queste avvertono e rappresentano: è un formidabile aggancio con la società vera, non quella delle indagini statistiche o l’altra dei social media. Ma chi ci parla con loro? Chi li ascolta e magari li incoraggia e aiuta nel trovare risposte ai problemi che le loro comunità pongono alla politica? E, diciamo ancora, chi segue questo processo di crescita della classe dirigente perché serve preparazione e la preparazione si fonda anche sull’esperienza? Buoni dirigenti non nascono nelle stanze e nelle segreterie o negli uffici stampa, nascono facendo esperienze, formandosi nella vicenda quotidiana anche delle piccole realtà. Per occuparsi del partito, della sua gente che si impegna dalla Valtellina a Reggio Calabria, non servono né grandi uffici né stuoli di segretarie né smartphone di ultima generazione, basta, credetemi, una stanzetta con la porta sempre aperta, la capacità di ascoltare e aiutare a trovare le soluzioni, bisogna conoscere le realtà territoriali: serve intelligenza, politica e non solo! Così si dà il senso di una comunità unita e si costruisce un soggetto che conosce il Paese e non deve farselo spiegare da esperti e centri studi che tra l’altro sanno spiegare le cose sempre dopo che sono accadute.

Questa è la strada per restituire dignità e forza al Pd e per dare al governo l’aiuto che serve a capire il Paese e i suoi mutamenti. Questa è la strada per restituire forza e credibilità alla democrazia. Non ho alcuna nostalgia passatista. Il tempo è cambiato e le forme di adesione e partecipazione devono essere contemporanee. Ma se si ha interesse solo alle candidature e se, a questo scopo, si predilige il «meglio pochi così controlliamo il voto», allora non ci si deve lamentare che i giovani, chi ha voglia di impegnarsi, di lavorare per rendere più vivibile un quartiere o garantire l’esercizio effettivo del diritto all’assistenza o all’istruzione, cerchi altre strade. A quel punto il Pd diventa davvero una roba di Palazzi. E gli elettori se ne vanno. E se accade questo debbo ammettere che i più giovani hanno ragione.

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