Macaluso: “Certo che serve il congresso ma nello statuto non c’è”

Pd
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Veca ha ragione, ma forse non conosce le regole dei democratici. Se non si vogliono cambiare, si faccia almeno la conferenza programmatica

«Salvatore Veca dice una cosa saggia e giusta: con il referendum si è chiuso un ciclo e ora il Partito democratico deve darsi una nuova linea e un nuovo profilo, affinché la gente possa capire cos’è oggi il Pd, dunque è necessario fare subito un congresso, mentre per le elezioni si può arrivare alla scadenza naturale».

Emanuele Macaluso riassume così il senso dell’intervista a Salvatore Veca pubblicata ieri dall’Unità e si dice subito «molto d’accordo con lui, dal punto di vista dell’impostazione del problema».

Mi pare di capire che da un altro punto di vista, invece, non è d’accordo. Sbaglio?

«Il fatto è che Veca forse non ha presente lo statuto del Pd. Quello che il Pd chiama congresso non è un congresso. Lui parla di dibattito, confronto di idee, quasi di una rifondazione, ma questo con lo statuto del Pd non si può fare».

Perché no?

«Perché lo statuto del Pd non prevede un congresso. Prevede che chi si vuole candidare presenta una mozione che viene discussa nei circoli, dove si vota, e quelli che superano una certa soglia sono candidati alle primarie. Dopodiché si fanno le primarie, cui partecipano tutti, dove possono votare anche gli iscritti di altri partiti. E allora il dibattito non esiste».

Come non esiste, e quello che ha appena descritto cos’è?

«Esiste nei circoli, dove fanno questa scelta, ma poi un congresso con i delegati, con duecento, trecento o cinquecento persone che discutono e si confrontano, non c’è. Come fai a fare sintesi e a darti una linea comune se non c’è un consesso che lo fa? C’è uno sminuzzamento del dibattito. I circoli sono centinaia: chi può seguire tutti i circoli? Non ha senso. Un congresso vero, come si fa in tutto il mondo, in tutti i partiti europei, in Germania come in Francia, Spagna o Inghilterra, non c’è».

Anche in Francia fanno le primarie.

«Certo, per le cariche istituzionali, e a quelle sono favorevole. Magari si potrebbero regolare meglio, meglio ancora se con una legge, ma non per il partito. In tutta Europa per il partito si fanno i congressi, dove cento persone in due o tre giorni votano le mozioni, si confrontano, fanno la sintesi e alla fine la minoranza deve accettare la disciplina democratica e rispettare la maggioranza».

Le regole del Pd sono le stesse da sempre. Così è stato eletto anche Pier Luigi Bersani.

«È evidente. Queste regole non le ha inventate Renzi. Non c’è dubbio. Le hanno inventate quando hanno inventato il Pd».

Ma se è così, non le sembra un po’ tardi per cambiarle?

«Se non si vuole cambiare tutto questo, allora ha ragione Andrea Orlando. Per raccogliere l’invito di Veca a fare subito un congresso come si fa in tutti i partiti democratici, siccome nel Pd non c’è un congresso vero ma c’è quel tipo di congresso che ho descritto, allora l’idea di una conferenza programmatica può servire a dare al Pd, come dice lo stesso Veca, un asse politico-culturale. Perché il programma deve essere sostenuto e sorretto da certi valori, da certe scelte sociali, culturali, politiche che danno un senso di cosa è il Pd».

Ma se si fa la conferenza programmatica prima, come si fa a evitare il congresso sulle persone poi? Una volta che siano tutti d’accordo sul programma, che resta da scegliere?

«Io non credo che siano tutti d’accordo, perché tra le cose che dice la minoranza e quelle che dice Renzi sul welfare, o tra quel che dice Orlando e quel che dice Emiliano sulla giustizia, non mi pare ci sia grande accordo. Per questo la conferenza programmatica può essere utile:  quel punto chi ha votato un testo nella conferenza programmatica si presenta con quello al congresso, e così gli altri. Questa linea, tutto sommato, disarmerebbe anche coloro che minacciano la scissione».

A questo proposito, pezzi molto consistenti della minoranza sembrano vicinissimi alla rottura. Come giudica la loro posizione?

«Debbo dire che il comportamento di questa minoranza e questa stessa minaccia li considero una cosa insensata, irresponsabile e in alcuni atteggiamenti anche ridicola. Quando vedo oggi sui giornali, assieme a Enrico Rossi, che vuole il socialismo, il magistrato che è ancora magistrato, in aspettativa, Michele Emiliano, di cui non si capisce quale sia la storia politica, se non quella di avere fatto la scalata al partito pugliese… io non capisco Rossi e anche Roberto Speranza cosa hanno a che spartire con Emiliano. Sono cose, per la mia mentalità, inquietanti. Fanno una somma di tutto, perché il problema è levare Renzi, punto e basta. Ecco, questo modo di ragionare, che non considero nemmeno ragionare, io lo condanno».

A sinistra del Pd si muove anche Giuliano Pisapia. Cosa pensa della sua iniziativa?

«Penso che sia molto importante, perché cerca di radunare tutte le forze che sono di sinistra ma non si riconoscono nel Pd e però, siccome vuole rifare il centrosinistra, ritiene essenziale il rapporto col Pd. Quindi mi pare anche contro quelli, compresa la cosiddetta minoranza, che vogliono solo contrapporsi al Pd e a Renzi. Certo un nuovo centrosinistra senza il Pd non si può fare. Quanto a quei pezzetti della sinistra fuori da tutto, sono solo, appunto, pezzetti di propaganda, senza progetto politico, schegge che parlano senza concludere niente. Mi stupisce invece che alla direzione del Pd, a parte Delrio in un breve passaggio, nessuno abbia parlato di Pisapia. Né Renzi né la minoranza, forse perché ne diffidano. Del resto, non è l’unico tema ignorato dalla direzione».

A cosa si riferisce?

«Anzitutto a cos’è oggi il Pd nel territorio, come si dice ora. Cos’è il Pd nelle città, nei quartieri, nei paesi grandi e piccoli. Che tipo di personale politico ha. Questo Pd, così com’è, con questi notabili, questo personale, è in grado poi di realizzare una politica di riforme? La mia impressione è che questo personale in gran parte sia distratto da altre cose, cioè dalla preoccupazione di farsi eleggere nei consigli comunali, regionali e così via. Questo Pd è uno strumento adeguato agli obiettivi che i dirigenti si prefiggono? Di questo problema non mi pare si preoccupino né Renzi né la minoranza».

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