Ma su cosa si sta indagando esattamente?

Politica e Giustizia
Il ministro delle Riforme e Rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi in aula alla Camera durante la discussione della mozione di sfiducia individuale presentata da M5S per la vicenda banche, Roma, 18 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Tirare in ballo un ministro solo per guadagnarsi la prima pagina dei giornali ci riporta agli anni peggiori della Seconda repubblica

Un tempo nelle inchieste si doveva trovare il colpevole, ora l’interrogativo che tiene tutti col fiato sospeso è il reato. Qual è? Su che cosa si sta indagando, esattamente, a Potenza? Quali articoli del codice penale sono stati violati, e in base a quali prove? E’ sufficiente un titolo accattivante – “l’inchiesta sul petrolio” – per scatenare un terremoto politico-giudiziario che ha già preso di mira due ministre (una delle quali, Federica Guidi, s’è dimessa a poche ore dalla diffusione di un’intercettazione che la riguardava senza neppure essere indagata) e il capo di Stato Maggiore della Marina, nonché un gran numero di imprenditori, politici e amministratori locali?

Fabrizio Cicchitto venerdì ha parlato esplicitamente di “una bomba ad orologeria fatta esplodere con il meccanismo procedurale della richiesta di custodie cautelari e la conseguente pubblicità degli atti” (da notare che la richiesta di arresto per Gianluca Gemelli, il compagno dell’ex ministra Guidi, è già stata respinta dal Gip ma, sorprendentemente, subito ripresentata dalla Procura). Aggiunge Cicchitto: “Non a caso la richiesta di arresto è stata avanzata adesso, indipendentemente dal fatto che l’indagine è stata aperta nel 2014: in questo modo si fa esplodere la bomba proprio alla vigilia del referendum di aprile”.

Ma non è solo in gioco il referendum e l’eventuale tentativo di condizionarlo: è in gioco qualcosa di molto più significativo, e politicamente esplosivo. La Procura infatti ha già fatto sapere che intende “ascoltare” non soltanto l’ex ministra Guidi, ma anche la ministra per i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, “colpevole” di aver controfirmato un emendamento giudicato strategico dal governo per la politica energetica del Paese. Può un pubblico ministero, sulla base di un’intercettazione priva di ogni profilo penale, sindacare sulle scelte di politica industriale di un governo in carica che gode della fiducia del Parlamento?

Facciamo un passo indietro, torniamo all’emendamento: in sostanza, stabilisce che tutte le infrastrutture necessarie allo sfruttamento delle concessioni possono essere realizzate senza ulteriori autorizzazioni oltre a quella del ministero dello Sviluppo economico. L’emendamento si era reso necessario anche per sbloccare il progetto Tempa Rossa: quel petrolio, infatti, deve preliminarmente essere trasportato in un porto per poter essere utilizzato. Il porto più vicino è quello di Taranto. La Regione Puglia, governatore Nichi Vendola, aveva autorizzato il progetto, che però s’era impantanato non per motivi politici o ambientali ma per le abituali pastoie burocratiche che paralizzano l’Italia e che tutti, giustamente, denunciano.

Che fa allora il governo? Siccome quell’opera è stata autorizzata dalle due Regioni interessate e da molti altri decisori, siccome è legale, finanziata da investitori privati e in parte già realizzata (degli 8 pozzi previsti, 6 sono già scavati), il governo ha il dovere, non solo il diritto, di consentirne il compimento, e di conseguenza s’impegna a velocizzare la pratica. L’emendamento voluto dal governo e controfirmato dalla ministra Boschi di questo si occupa.

Va precisato che il giacimento Tempa Rossa è stato scoperto nel 1989, quando Renzi aveva 14 anni: la capacità produttiva giornaliera è di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Finora non è stata estratta neppure una molecola.

E’ su questo che sta indagando la Procura di Potenza? Intende chiedere a Maria Elena Boschi perché il governo ha scelto di aiutare lo sviluppo, l’occupazione, il bilancio energetico del Paese e la legalità? O forse i Pm vorranno domandare al governo perché preferisce estrarre il petrolio in Basilicata anziché comprarlo dagli arabi o magari dall’Isis? Intendiamoci: se negli stabilimenti sotto inchiesta (Viggiano e Tempa Rossa, oltre al filone siciliano che riguarda il porto di Augusta) si sono verificati illeciti, se vi è il ragionevole sospetto di episodi di corruzione o di violazione delle norme sulla sicurezza ambientale, la magistratura non ha il diritto, ma il dovere di intervenire per stabilire la verità e punire gli eventuali colpevoli.

Ma tirare in ballo un ministro soltanto per guadagnarsi la prima pagina dei giornali, allestire un’ennesima volta la triste gogna mediatica che da vent’anni ha sfigurato il nostro Stato di diritto, coinvolgere a sproposito il “pesce grosso” per strappare l’attenzione dell’opinione pubblica, ingannandola e manipolandola, non fa un buon servizio alla giustizia. Al contrario, ci riporta agli anni peggiori della Seconda repubblica, all’uso spregiudicato della pubblica accusa, alla cancellazione sistematica delle garanzie processuali, al polverone indistinto che alimenta il circo mediatico salvo poi concludersi, molti anni dopo e nell’assordante silenzio dei media, con le archiviazioni, i non luogo a procedere, le assoluzioni con formula piena.

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