Ma politicamente il fronte del No ha già perso

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Il No, al di là di quante schede potrà contare fra 48 ore, ha già perso. Sia numericamente che politicamente (ma su questo dipenderà molto da come si comporterà il Sì)

Cosa accadrà domenica notte lo scopriremo (Battisti-Mogol) solo vivendo. Oramai mancano poche ore all’apertura dei seggi e allo spoglio delle schede sul referendum confermativo della riforma costituzionale. Senza avere a disposizione conti fatti né rilevazioni attendibili (l’unica cosa su cui concordano gli esperti è che non si può capire come andrà a finire anche perché il 4 di dicembre in Italia non s’è mai votato) possiamo solo basarci sulla forza delle forze in campo. E proprio partendo da questo dato il No, al di là di quante schede potrà contare fra 48 ore, ha già perso. Sia numericamente che politicamente (ma su questo dipenderà molto da come si comporterà il Sì). Infatti, osservando le truppe elettorali che ciascun protagonista dei due fronti è potenzialmente in grado di mettere in campo sulla carta non ci sarebbe partita.

La media dei sondaggi sui partiti racconta sostanzialmente che il Pd sta attorno al 30% e che quasi la stessa percentuale hanno Grillo e il centrodestra nelle sua varie componenti. Sel e i centristi di Alfano stanno entrambi fra il 3 e il 4%. Inoltre finché i sondaggi erano pubblicabili ci hanno spiegato che circa il 75-80% degli elettori dem è per il Sì.

Quindi ai Sì del Pd vanno sottratti i No della minoranza interna di Bersani e Speranza e sommati quelli del Ncd. In questo modo si arriva a un 30% di elettori italiani favorevoli alla riforma costituzionale. Insomma domenica notte il No dovrebbe arrivare almeno al 70% per poter dire di aver vinto perché questa è la sommatoria dei voti di Grillo, Berlusconi, Salvini, Meloni, Civati, Fassina, Bersani, D’Alema etc.

Sotto quell’asticella per i No sarà una sconfitta. Anche perché sarebbe interessante (si fa per dire), il giorno dopo, vedere questa eterogenea coalizione impegnata ad assumersi una qualche responsabilità di governo nei confronti del Paese. Ma qui toccherà al Sì fare politica che consiste essenzialmente nel non sprecare le forze raccolte attorno al Sì ma, anzi, nel fornire loro una prospettiva.

Guardando sotto questa luce il referendum infatti non appare casuale che Romano Prodi abbia scelto di schierarsi con il Sì, e prima di lui Piero Fassino, Francesco Rutelli e Walter Veltroni, cioè i segretari di Ds e Margherita che decisero di dar vita al Pd e il primo segretario del Partito democratico. Che il padre dell’Ulivo scelga il Sì è politicamente assai rilevante perché testimonia, con la sua stessa storia personale, che c’è un legame indissolubile fra quella stagione politica e l’appuntamento di domenica.

Un filo rosso del riformismo italiano che non s’è spezzato e che non va spezzato comunque vada. Prodi lo spiega bene quando fa notare come la sua vicenda politica si sia sempre «identificata nel tentativo di dare a questo paese una democrazia finalmente efficiente e governante: questo è il modello maggioritario e tendenzialmente bipolare che le forze riformiste hanno con me condiviso e sostenuto». Questa è stata la ragione fondamentale per cui nacque l’Ulivo.

a metà anni novanta e che dopo dieci anni è stata posta alla base del Pd. Questa è stata la spinta che ha portato alla nascita di un partito riformista di massa che mai prima l’Italia, purtroppo, aveva avuto. Questa deve essere la prospettiva su cui, dal 5 dicembre, investire i voti (e saranno parecchi) degli italiani che avranno scelto il cambiamento. Cioè l’esatto contrario di chi oggi sostiene il No e che ha in mente di rispolverare il proporzionale (Berlusconi docet) per bloccare questo Paese alimentando così da una parte il populismo grillino e dall’altra tecnocrazie eterodirette. Questa deriva va evitata. Soprattutto domenica, ovviamente. Ma poi, anche, da lunedì in avanti.

 

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