Ma non è la tv renziana

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Servirebbe una discussione seria sulla riforma dell’azienda e sull’innovazione dei suoi prodotti, ma siamo ancora alla cara vecchia mamma Rai

Guardate che la Rai è forse il terreno sul quale il “renzismo” ha inciso meno di tutti, “questa” Rai è quanto di meno “renziano” ci sia: va detta questa verità alle frotte di critici sulle nomine dei nuovi direttori di Tg2 e Tg3 che fanno in queste ore paragoni insensati con l’era Berlusconi e l’era Bernabei.

D’altra parte la cosa non meraviglia più di tanto perché sappiamo da sempre che la Rai è uno dei moloch più impermeabili al cambiamento strutturale, culturale, persino comportamentale, è una tecnostruttura inossidabile ricoperta da strati geologici che la mantengono sempre al riparo da una trasformazione reale e che ristagna uguale a se stessa in un mondo che cambia di continuo. E si va avanti così nell’elefantiasi di apparati e nel tran tran di sempre.

E anche se per forza di cose un pochino la situazione è cambiata, Viale Mazzini appare tuttora come una fortezza con i ponti levatoi alzati. Renzi non è finora riuscito a cambiare di molto le cose. È probabile che, come talvolta gli accade, il premier abbia confidato troppo in uno scatto tecnocratico cambiando le regole della governance e i volti al comando dell’azienda illudendosi che il «change» ne discendesse con relativo, inesorabile automatismo. Ma presto ci si è dovuti accorgere che la tecnostruttura non reagiva, anche perché non chiarissima è apparsa la mission di un amministratore delegato che per legge è il dominus assoluto. Per scorgere segni di innovazione ci vuole davvero uno sforzo. Senza ironizzarci troppo, gli annunciati ritorni di Heather Parisi e Lorella Cuccarini appaiono un pochino emblematici di una scarsa propensione alla scommessa: ma su questo, come sempre, deciderà il pubblico. E tuttavia segni di freddezza fra il governo e il vertice da esso nominato si sono qua e là intravisti e d’altra parte il risultato di un anno di governance comunque non è esaltante.

Certo, è ancora presto per fare bilanci, e sbagliato è darsi per vinti. Sono cambiati i direttori di testata. Cambiano adesso due direttori di Tg, il direttore del Gr, il direttore di Gr Parlamento (a proposito, ci fosse stato uno che abbia elogiato il fatto che si è fatto ricorso a professionisti interni!) e vedremo come se la caveranno: se non dimostreranno all’altezza, come qualità del prodotto, come ascolti, come capacità di dirigere le rispettive redazioni, si spera che verranno sostituiti ben prima dei 7 anni che hanno costituito l’arco temporale della direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer e dei 6 di Marcello Masi, due professionisti che avranno altri incarichi e, per quanto riguarda la Berlinguer, una nuova “visibilità” con l’esperimento della striscia quotidiana per la quale potrà giovarsi del contributo di Michele Santoro: già, quello epurato da Berlusconi torna ora in Rai con la sua società proprietaria del 7% del Fatto Quotidiano: altro che pensiero unico renziano.

Ha scritto bene proprio sul Fatto Stefano Balassone facendosi largo fra le paranoie di quel giornale: “Il cuore della valutazione da compiere per capire se quella attuale sia la Rai di sempre o se invece stia muovendo verso qualcosa di nuovo, sta nel verificarsi o meno della riorganizzazione editoriale delle testate, col superamento del reperto fossile e sprecone ereditato dagli anni ’70 del secolo breve (non c’era neanche il fax) e perpetuato per il comodo di protettori e produttori, ma non per l’utilità dei consumatori. E dunque, ecco l’unica domanda che per davvero ci poniamo, le nuove nomine sono compatibili con l’ip ote si che ad esse possa seguire, a brevissimo, una vera riforma editoriale e strutturale?”.

Questa è la domanda vera. Perché quello che servirebbe alla Rai, ai suoi abbonati e alla qualità dell’informazione pubblica è una vera operazione di rimozione di vecchi inerzie e vizi antichi e l’apertura – quante volte invocata – di una discussione seria sulla riforma dell’azienda e sull’innovazione dei suoi prodotti. E l’input deve partire dalla politica – e da chi sennò – che diventa grande politica esattamente quando mette la testa su un progetto di cambiamento vero e credibile; e insieme dal gruppo dirigente della Rai che non deve gestire l’esistente ma guardare oltre, con un piano industriale serio e precise idee sul futuro del servizio pubblico. Tutte cose che finora si sono viste poco. Altro che renzizzazione: siamo ancora alla cara vecchia mamma Rai.

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